Panagiotis Heliotis: recensione del libro “Voci dell’Olocausto”

VOCI DELL’OLOCAUSTO[1]

Di Panagiotis Heliotis, 2018

Continuiamo la nostra ricerca delle testimonianze esaminando il libro Remembering: Voices of the Holocaust (Carroll & Graf, New York 2006) curato da Lyn Smith. La prefazione è di Laurence Rees che, spiegando le ragioni della pubblicazione di questo libro, scrive:

C’è una ragione conclusiva, naturalmente, del perché il mondo è un posto migliore grazie a questo libro; ed è che vi sono ancora coloro che vogliono sostenere che nessuna di queste cose sia mai accaduta. Recentemente, ad una conferenza che ho fatto sul mio libro su Auschwitz, mi sono trovato di fronte un negazionista che ha iniziato a urlare contro di me. Non voleva sentire argomenti e si affidava a demenziali teorie del complotto. Queste persone esistono davvero. E c’è sempre la possibilità che quando tutti coloro che sono personalmente coinvolti in questa storia terribile saranno morti, verranno fatti più tentativi di minimizzare o di negare quello che è realmente accaduto. Ognuna delle persone che hanno accettato di fornire la propria testimonianza per questo progetto combatte personalmente contro una tale calunnia. Ognuna di loro reca testimonianza alla verità del fatto che esistette in Europa alla metà del ventesimo secolo un regime criminale come nessun altro nella storia. Ognuna di loro preserva la memoria della propria sofferenza per sempre” (p. 3).

Naturalmente, abbiamo tutte le ragioni per sospettare che Rees, essendo l’imbroglione che è, non ci dica tutto su questo negazionista che non ascoltava i suoi “argomenti”. Nondimeno, incominciamo.

Il libro ha più di 100 testimonianze, per la maggior parte di ebrei e di alcuni non ebrei, ma non nella forma di interviste individuali. Esse sono divise per argomenti nel modo seguente:

1933-36: la persecuzione

1937-39: la ricerca di un rifugio

1939: la guerra

1940-41: il Terzo Reich si espande

1939-42: il ghetto (1)

1943-44: il ghetto (2)

1940-44: i campi (1)

La Resistenza

1944-45: i campi (2)

1945: le marce della morte

1945: la liberazione

Le conseguenze

In ogni capitolo c’è una dichiarazione di qualche testimone, di solito lunga un paragrafo. E allora, cosa hanno costoro da offrire nella lotta contro la calunnia del negazionismo dell’Olocausto?

Dicerie, dicerie, e ancora dicerie

Esaminando le testimonianze, ancora una volta notiamo che i sopravvissuti non avevano nessuna conoscenza di prima mano del presunto sterminio nei campi. Il primo, Michael Etkind, un ebreo polacco, scrive sul ghetto di Lodz:

Alla fine del 1941, un numero sempre maggiore di persone che non lavoravano vennero portate fuori dal ghetto. Ricevettero degli avvisi e non ebbero più cibo, e venne loro ordinato alla stazione ferroviaria di salire su vagoni merci. Nessuno sapeva esattamente cosa stava succedendo, ma nessuno voleva essere mandato via dal ghetto. Come postino, ero quello che portava gli avvisi a queste persone. Eravamo soprannominati i ‘Malchamoves’ – il biblico ‘angelo della morte’. Non era piacevole perché quando portavi l’avviso le persone scoppiavano in lacrime. Erano le persone che non potevano lavorare: troppo vecchie o troppo giovani o semplicemente inabili perché erano troppo deboli per via della fame. Qualche volta vedevi una saponetta con una dicitura RIF su di essa, e lo scherzo che si diffuse nel ghetto era che questa RIF era l’abbreviazione in yiddish che stava per ‘Real Jewish Fat’ [vero grasso ebraico]: gli ebrei venivano evacuati e trasformati in sapone. Questi scherzi iniziarono alla fine del 1941, inizi del 1942, così le dicerie che gli ebrei venivano sterminati c’erano già allora” (p. 120).

Passiamo ad Anna Bergman, una ceca che fu detenuta ad Auschwitz:

Ero con un’amica i cui genitori stavano sullo stesso trasporto ma erano stati portati via durante la selezione da Mengele. Quando entrammo nella nostra baracca, ella chiese alle donne che stavano già lì: ‘Dove sono i miei genitori? Quando li rivedrò di nuovo?’. E tutte loro iniziarono a urlare ridendo: ‘Tu stupida idiota, stanno già sul camino!’. Pensammo che erano matte, e loro pensavano che fossimo matte noi” (p. 162).

Jan Hartman, un ebreo ceco:

Quello che mi colpì del campo era l’odore. Allora sapevamo che era un campo di sterminio: vedevamo i camini e il fuoco era molto alto. ‘Passerai per il camino’ – questo era il proverbio usuale. Non sentii mai parlare di camere a gas, così non sapevo quante persone venivano uccise. Ma vedevamo i camini e associavamo le fiamme con i trasporti che arrivavano…” (ibid.).

Non importa che, a causa della loro conformazione, nessuna fiamma poteva emergere dai camini dei crematori ad Auschwitz[2]. Clive Teddern, un soldato ebreo tedesco, dopo essere arrivato con la sua unità ad Amburgo l’8 maggio 1945, iniziò a cercare i suoi genitori:

Naturalmente, stavo lì chiedendo alle persone se conoscevano i miei genitori e se sapevano cosa era loro successo. E quelli provenienti da Theresienstadt mi dissero: ‘I tuoi genitori vennero mandati da Theresienstadt ad Auschwitz, alle camere a gas. Non torneranno’. Lo scoprii così” (p. 290).

Fritz Moses, un civile tedesco di Monaco:

Non conoscevamo la dimensione effettiva delle uccisioni; sapevamo solo che qualcosa era successo. Ma questa selezione, questa perfezione, non penso che fosse conosciuta dalla massa della gente; solo pochi sapevano. Ma il fatto che le persone lo sapessero può essere arguito da alcune cose. Come dal fatto che c’era un certo tipo di sapone, della grandezza di questo pacchetto di sigarette, dal terribile colore grigio-verde e contrassegnato dalle iniziali ‘RIF’ e il significato che gli era stato attribuito dalla maggior parte delle persone era ‘Ruhe in Frieden’ – ‘Riposa in Pace’, perché era fatto con il grasso degli ebrei. Voglio dire, se si dicevano cose come questa, vuol dire che qualcosa doveva esserci. Così adesso la gente dovrebbe dire che non sapeva, giusto? Questa è la prova…molto macabra” (p. 303).

Altri, come Leon Greenman, un ebreo inglese, sono più decisi:

Poi uno dei prigionieri con un’uniforme a strisce ci ordinò di seguirlo. Ebbene, svoltammo a sinistra e camminammo un po’ per due o tre minuti. Arrivò un camion, si fermò vicino a noi e sul camion c’erano tutte le donne i bambini, i neonati, e nel centro mia moglie e mio figlio stavano in piedi. Si levarono in piedi davanti alla luce come se dovessero farlo – in modo che potessi riconoscerli. Un’immagine che non dimenticherò mai. Tutte queste persone avrebbero dovuto andare al bagno per fare un bagno, per mangiare e per vivere. Invece dovevano spogliarsi e andare nelle camere a gas, e due ore dopo queste persone erano cenere, inclusa mia moglie e mio figlio” (p. 159).

Questa conclusione è simile alla dichiarazione di Dennis Avey, un prigioniero di guerra britannico:

Ora cose orribili accadevano ad Auschwitz-Birkenau durante il 1944. Gasavano e bruciavano migliaia di persone che non potevano più lavorare perché mancavano loro le forze; sapevo praticamente tutto ciò che succedeva lì. Sapevo che venivano portate ad Auschwitz-Birkenau persone da tutto il continente: donne, uomini, bambini, vecchi; poi venivano selezionati e alcuni gasati subito. C’erano mucchi e mucchi di vestiti, occhiali, calzature – enormi magazzini pieni di averi presi da queste persone. Li mettevano nelle camere a gas usando questo gas Zyklon B e poi venivano bruciati. E questo succedeva giorno dopo giorno” (p. 210).

Il modo in cui sa tutto ciò, non lo spiega. Lo sapeva e basta.

Passiamo a Michael Honey, un ebreo ceco, che aveva qualche “informazione” migliore, poiché era in contatto con un membro del Sonderkommando. E ancora una volta, l’”informazione” è del tutto erronea: carrelli ribaltabili su rotaie, “file” di fornaci, ognuna delle quali prendeva tre corpi alla volta, e usando il loro grasso come combustibile:

Il caposquadra del Sonderkommando (speciali squadre ebraiche costrette a lavorare nelle camere a gas e nei crematori) mi disse: ‘Dobbiamo svuotare la camera a gas caricando i corpi su carrelli, carrelli ferroviari come quelli che usi per costruire siti. Devi sollevarli su questi carrelli perché non sono carrelli piatti, sono carrelli ribaltabili. Così dobbiamo sollevarli su questi carrelli ribaltabili poi portarli sul binario al crematorio dove vengono bruciati. Vi sono file di forni, ogni forno è grande abbastanza da prenderne tre. Così prendiamo un uomo grasso o una donna grassa, una persona più piccola e un bambino. Questo è come risparmiamo combustibile. Il grasso della persona grassa aiuta a bruciare gli altri’. Disse che la cosa più dura è smaltire quelli che vengono dal campo e muoiono di cause naturali perché sono così emaciati, non hanno grasso. Richiedono così tanto combustibile che i tedeschi fermano la cremazione e lasciano le ossa sulla piastra in modo che il carico successivo bruci le ossa fino a che sono ridotte in cenere” (p. 164).

Ancora quelle selezioni

La narrazione ortodossa afferma che, dopo una selezione, gli inabili al lavoro venivano mandati alle camere a gas, alcune delle quali erano camuffate da docce. Ma di nuovo, alcuni testimoni raccontano una storia molto differente.

Innanzitutto, ecco il resoconto di Anita Lasker, una violoncellista ebrea tedesca:

Quello che ricordo dell’arrivo ad Auschwitz, nel giugno 1943, è che c’erano molti rumori, molti cani che abbaiavano, strillavano e aspettavano tutta la notte qualcosa – non sapevamo cosa. Poi quando venne il giorno venimmo rasate in un’altra baracca e tutta la cerimonia iniziò: lo sai, i capelli vennero tagliati, il numero tatuato e i tuoi vestiti portati via. Tutto questo venne fatto da prigionieri non da personale delle SS. Auschwitz era gestita dai detenuti, le SS stavano ai margini, ma il lavoro effettivo veniva effettuato dai detenuti. La persona che mi aveva preso in consegna faceva un sacco di domande: cosa succede fuori? Come sta andando la guerra? Da dove vieni? Cosa fai? Le dissi da dove venivo e per qualche ragione dissi che suonavo il violoncello. ‘Oh’, disse lei. ‘è fantastico. Mettiti qui di fianco’. Tutti passavano e io stavo ancora lì…Aspettai e aspettai e non sapevo cosa stavo aspettando. Sapevo che la camera a gas sembrava una doccia e io stavo in una doccia – pensai: è questa probabilmente. Ma non lo era, perché in questa stanza entrò una signora che si presentò come Alma Rosé che era la direttrice dell’orchestra del campo. […] Ora non toccavo il violoncello da due anni e chiesi di esercitarmi per cinque minuti e poi le suonai qualcosa. E divenni un membro della famosa orchestra” (p. 180).

Ed ecco cosa accadde dopo:

Alla fine nel 1944, arrivò il giorno in cui qualcuno venne nel nostro block – il block della musica era il solo block dove ebrei e non ebrei erano mescolati. Poi venne il momento temuto: ‘Gli ariani da un lato, gli ebrei dall’altro’. Pensammo: ‘Ora saremo mandati nella camera a gas’. invece ci mandarono a Bergen-Belsen” (p. 221).

La seconda testimone è Barbara Stimler, un’ebrea polacca:

Un giorno Mengele arriva al block e noi stiamo tutti su un lato, un migliaio di noi. Lui sta con due uomini delle SS vicino alla porta. È il settembre 1944 e il sole splende. Ci dobbiamo spogliare, teniamo i vestiti sulle braccia. Lui ci prende per mano, ci fa girare davanti e di dietro. Una donna viene mandata sull’altro lato del block, e una è mandata fuori. Ora, chi è chi? Veniamo mandati fuori, mentre guardiamo dietro per vedere dove vanno i grassi e dove i magri. Non possiamo fare niente: se dobbiamo andare, dobbiamo andare. Ci portano alla doccia. Ora, cosa sarà: sarà acqua o sarà gas? Stringiamo le mani, pregando Dio. È acqua. Sospiriamo tutti per il sollievo. Ci danno vestiti: un vestito, calze, zoccoli e una coperta e ci portano a Pirschcow, una fattoria in Germania, per scavare fosse anticarro” (p. 223).

Un terzo testimone, Roman Halter, ebreo polacco:

Mengele e i suoi ufficiali vennero nel block e una fune venne calata longitudinalmente. Venimmo tutti messi vicino ad essa. L’ordine era che ognuno doveva salire sulla fune, stendere le braccia e poi a un certo ordine girarle con il palmo della mano in su. Tutti pensarono che i più forti e i migliori sarebbero stati selezionati per il lavoro, così si fecero avanti. Mengele allora camminò lungo la fune, guardava le palme e diceva: ‘Tu sei un operaio metalmeccanico con mani così delicate? Cosa facevi davvero nel ghetto di Lodz, stai mentendo’. E sarebbero stati segnati e sistemati. Così noi che stavamo dietro sputammo velocemente sulle nostre mani e le strofinammo sul pavimento per sporcare le nostre palme e sospirammo di sollievo quando venimmo segnati OK. Quelli che vennero segnati pensavano di essere destinati a morte certa, ma non successe nulla – era semplicemente una cosa sadica che era il modo di Mengele di trattare le persone” (ibid.).

A parte il fatto che ingannare i tedeschi sporcando le mani suona come una cosa stupida, cosa c’era esattamente di sadico se non successe nulla?

I testimoni oculari

Vi sono due testimoni che sostengono di aver visto davvero delle gasazioni ad Auschwitz. Ma la loro credibilità è lungi dall’essere sicura. La prima, è Kitty Hart, un’ebrea polacca:

Quello che osservai fu che le donne e i bambini erano stati separati dagli uomini e sedevano nel piccolo bosco proprio davanti alla nostra baracca; i bambini coglievano fiori, le donne sedevano e facevano un picnic e davano ai bambini il cibo e le bevande che ancora avevano. Poi un gruppo venne condotto nel basso edificio che era il Crematorio 4, e sentivi una sorta di suono attutito. Poi da una delle finestre della mia baracca potei vedere una persona che saliva su una scala indossando una maschera antigas e che svuotò un barattolo in un’apertura, una sorta di lucernario, in cima, e che ridiscese giù dalla scala velocemente. Non potevi sentire molto, a parte il suono attutito; qualche volta potevi sentire urla. Dopo una pausa potevi vedere il fumo che usciva dal camino del Crematorio 4, e poco dopo si poteva vedere un’attività sul retro del crematorio; la cenere veniva scaricata sul retro in un laghetto” (p. 214).

A parte il fatto che le minuscole aperture del Crematorio IV erano sbarrate, rendendo quindi impraticabile ogni introduzione di Zyklon B[3], il resoconto di Hart non può essere vero perché, secondo la sua storia, tutto il lavoro – la gasazione, la ventilazione, la rimozione dei cadaveri, la cremazione, l’eliminazione delle ceneri – veniva completato in pochi minuti.

Il secondo testimone è Antonin Daniel, uno zingaro ceco:

Poi entrarono in una camera a gas, un posto simile a una doccia, fino a che ce n’erano tanti e poi venne chiusa. Erano ignari di tutto. Il gas venne acceso e quella fu la fine. C’era una sorta di spioncino lì. Potevamo guardare. Vidi, vidi; ma se quel Kapo ci avesse acchiappato, ci avrebbe picchiato a morte. Cadevano come mosche. Ci vollero quindici minuti e alcuni, sì molti di loro erano ancora vivi, ancora respiravano. Aprimmo per far uscire il gas e poi li trascinammo fuori. Quelli che ancora respiravano li picchiarono a morte. […] Nella camera c’erano da due a trecento persone, non era sempre lo stesso. Erano ebrei: donne, bambini e anche uomini – intere famiglie, sì, sì. Non mettevano Roma (zingari) lì. Quando i Roma morivano, sì, li gettavano nella fornace. Dopo la gasazione trascinavamo via i cadaveri da lì. Ci davano delle cinture, dovevamo legarle a una gamba e trascinarli a quel crematorio. Solo gli ebrei venivano selezionati (per lavorare nel crematorio), erano ragazzi molto forti, vedi, giovani. Ricevevano più cibo; al massimo stavano lì tre o quattro mesi; poi venivano finiti, mandati alla camera a gas e altri prendevano il loro posto. Avevo già imparato la mia lezione. Mi ci ero abituato. Non mi fece niente” (p. 218).

Di nuovo, un resoconto ovviamente problematico e contraddittorio. Il gas viene descritto come “acceso” – al posto dello Zyklon B che sarebbe stato gettato dentro – facendo cadere le vittime “come mosche”, e tuttavia molti di loro respiravano ancora dopo 15 minuti (il che sarebbe stato impossibile da accertare guardando attraverso un minuscolo spioncino). Poi la camera veniva aperta “per far andare via il gas”, e quelli che erano ancora vivi venivano picchiati a morte. Perché non aspettare che il gas facesse effetto? Inoltre, limitarsi ad aprire una camera non fa “andare via” nessun gas contenuto in essa. Una tale “ventilazione naturale” avrebbe richiesto molte ore, ma la predetta descrizione non menziona nulla del genere.

Inoltre, perché solo gli ebrei e non anche gli zingari venivano mandati nella camera a gas? in realtà, la narrazione ortodossa, peraltro pesantemente difettosa, afferma che tutti gli zingari ammessi ad Auschwitz vennero alla fine gasati[4]. E se solo gli ebrei venivano selezionati per lavorare nel crematorio, come arrivò costui a lavorare lì? E infine, come sopravvisse, se questi lavoratori venivano “finiti” dopo “tre o quattro mesi”?

Dove sono, allora?

Nello sforzo di contrastare il revisionismo, una domanda ripetuta molte volte naturalmente è: se gli ebrei non vennero uccisi nei campi, dove sono? Come ha detto Hilberg una volta, di certo non si nascondono in Cina!

Ebbene, forse la seguente dichiarazione di Jan Imich, un ebreo polacco che vive nel Regno Unito, può gettare qualche luce su questo:

Non ho mai parlato a nessuno delle mie esperienze. Jean, mia moglie, non seppe che ero ebreo per quattro o cinque anni dopo che eravamo sposati. Fu solo attraverso la psicanalisi che lentamente iniziai a uscire dal guscio. Posso vedere noi in quel particolare momento: eravamo in vacanza al mare, seduti sull’erba, e finalmente venne fuori. E Jean fu meravigliosa. Ma fu solo dopo molti, molti anni che gli altri seppero. È stato solo negli ultimi dieci anni che mi sono sentito libero e a mio agio, nel dirlo ai miei migliori amici. Suppongo che fossi spaventato nel caso le persone mi si rivoltassero contro; forse mi vergognavo di essere ebreo. Dio sa il perché quando ci penso ora! Può essere stata anche una conseguenza dell’antisemitismo nazista. So per certo che, per esempio, in questo momento, ci sono circa duecento ebrei che vivono a Cracovia, ma ve ne sono cinque o sei volte di più che non lo ammettono, persone che potrebbero persino aver cambiato i loro nomi; ma stanno lì, lo so per certo perché molti amici e conoscenti dei miei amici a Cracovia sono ebrei ma nessuno lo sa” (p. 320).

Riepilogo

Nei Ringraziamenti, il curatore scrive:

Il mio debito più grande è ai sopravvissuti e ai testimoni che hanno fornito la loro testimonianza e che hanno permesso l’uso di nastri e fotografie. Ai sopravvissuti in particolare, vorrei dire quale privilegio è stato quello di registrare e preservare le vostre voci. Capisco che ogni voce merita il suo libro, e per ogni voce presentata qui, ve ne sono centinaia di altre di egual valore e interesse. La cosa buona è che esse sono tutte preservate per la posterità negli archivi, prova potente contro il negazionismo dell’Olocausto” (p. XVI).

Prova potente contro il negazionismo? In realtà, nelle predette testimonianze troviamo dichiarazioni chiaramente in contrasto con la narrazione ortodossa mentre non troviamo informazioni attendibili riguardo a queste inafferrabili camere a gas. Se queste testimonianze sono davvero rappresentative, allora esse sono certamente una prova potente a favore del negazionismo. 

 

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: https://www.inconvenienthistory.com/10/1/5287

[2] Nei crematori II e III, la lunghezza dei condotti del fumo e l’altezza dei camini messe insieme corrispondevano a circa 30 metri. Erano di poco più corte nei crematori IV e V. Non c’era modo per cui le fiamme potessero essere tanto lunghe da uscire dal camino partendo dalla muffola. Vedi Carlo Mattogno, “Flames and Smoke from the Chimneys of Crematoria, Optical Phenomena of Actual Cremations in the Concentration Camps of the Third Reich,” The Revisionist, Vol. 2, No. 1 (2004), pp. 73-78; https://codoh.com/library/document/1662/.

[3] Vedi G. Rudolf, The Chemistry of Auschwitz: The Technology and Toxicology of Zyklon B and the Gas Chambers – A Crime-Scene Investigation, Castle Hill Publishers, Uckfield 2017, pp. 164, 406 e seguenti.

[4] Vedi C. Mattogno, “The ‘Gassing’ of Gypsies in Auschwitz on August 2, 1944,” The Revisionist, Vol. 1, No. 3 (2003), pp. 330-332; https://codoh.com/library/document/1488.

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