Marco Testa contro il reato di negazionismo

Marco Testa contro il reato di negazionismo

h1 { margin-bottom: 0.21cm; }h1.western { font-family: “Liberation Serif”,serif; }h1.cjk { font-family: “Droid Sans Fallback”; font-size: 24pt; }h1.ctl { font-family: “FreeSans”; font-size: 24pt; }p { margin-bottom: 0.25cm; line-height: 120%; }a:link { }


Dal sito cultora.it:

Ricordare la Shoah, ma cancellare il reato di
negazionismo.

di Marco
Testa

Il pensiero liberale si è battuto per secoli contro
il delitto di opinione, la caccia alle streghe, il rogo degli eretici
e dei loro libri. Dovrei applaudire una legge che ripristina il
concetto di eresia e mi impedisce di ragionare, discutere,
argomentare?

Così il 28 dicembre 2011 Sergio Romano, editorialista di punta
del Corriere della Sera, salutava l’introduzione, in
Francia, del reato di negazionismo sul genocidio armeno perpetrato
dai Turchi all’inizio del XX secolo. Similmente, l’ex diplomatico
e accademico di origine vicentina condannava le legislazioni che
rendevano (e rendono) reato il negazionismo/revisionismo della Shoah
(l’accostamento tra i due termini non è casuale, in quanto il
limite di demarcazione tra negazionismo e revisionismo è in realtà
tutt’altro che chiaro, né facilmente chiarificabile). L’Austria,
che allora, comprensibilmente (si era nel 1947), introduceva la
famigerata Verbotsgesetz (che istituiva il reato di
negazionismo ed è ancora oggi in vigore), avrebbe avuto vari
imitatori: in Francia (con la legge Gayssot del 1990), nella
stessa Germania, in Belgio, Lituania, Polonia, Repubblica
Ceca, Repubblica Slovacca e Romania (oltre a paesi extraeuropei
quali l’Austrialia e la Nuova Zelanda). In Italia, invece, la legge
Scelba del 1952 riguardante il reato di apologia di fascismo non
si spinge sino a innalzare il negazionismo a reato (il
trattamento di questa materia in Italia, questione quantomai
intricata, sarebbe occasione per un altro articolo, ma vale
la pena sottolineare come la storiografia italiana si sia
generalmente espressa, assolutamente bipartisan, contro la
possibilità di omologarsi agli altri paesi europei).
Sottolineare i limiti della legislazione antinegazionista non
significa voler banalizzare il dramma delle vittime, né aspira,
piuttosto, a entrare in quel dibattito nello specifico. Significa,
semmai, voler sottolineare quanto di discriminatorio, illiberale e
persino di approssimativo rischia di esservi in una
simile legislazione, vero passo indietro giuridico.
Ben lungi da restare sulla carta, la legislazione antinegazionista
è stata impugnata dai rispettivi governi in svariate occasioni. Il
caso più celebre è certamente quello che fa capo al discusso
saggista britannico David Irving. Quando questi venne
incriminato per la prima volta, nel 2000, la sentenza del giudice
affermava, assai significativamente: “Devo concludere che
nessuno storico obiettivo ed equilibrato possa avere un motivo
per dubitare che ci fossero delle camere a gas ad Aushwitz e che
fossero in funzione su larga scala per uccidere centinaia di migliaia
di ebrei
” (The Guardian, 11 aprile 2000). Chi scrive
non ritiene, per dirla con la frase provocatoria di Jacques Baynac,
che “gli storici [deleghino] alla giustizia il compito di
far tacere i revisionisti”,
 ma tiene tuttavia a
sottolineare l’impropria ingerenza da parte di quei magistrati
che, periti peritorum, rischiano di inquinare la ricerca e
il dibattito storico favorendo delle verità semplificate, fomentando
delle verità omologate prive di alcuna validità storiografica.
Insomma, a che punto deve fermarsi lo storico? Ma è proprio questo
il nodo controverso: deve forse fermarsi lo storico? La
legislazione antinegazionista afferma che non sia possibile negare o
proporre una diversa lettura di alcuni episodi storici. Si tratta di
fatti accaduti, punto. Il problema, la contraddizione della
Verbotsgezets e delle leggi che a essa si ispirano, è tutta
qui.
Il caso Irving non rimase isolato: Jurgen Graf, svizzero di
lingua tedesca, classe 1951, venne condannato da un tribunale del suo
Paese a 15 mesi. Imputazione: negazionismo dell’Olocausto. Eppure,
durante una conferenza in Italia dal titolo «Revisionismo e dignità
dei paesi vinti», egli affermò:

Nessuno nega la persecuzione nazionalsocialista degli
ebrei durante la Seconda guerra mondiale. La persecuzione degli ebrei
fu decisamente inumana. Centinaia di migliaia di ebrei furono
deportati nei campi di concentramento dove moltissimi persero la vita
soprattutto a causa del tifo petecchiale e di altri morbi […].

Graf, dunque, non nega affatto che la persecuzione ebraica
sia avvenuta, al contrario, per esempio, di quanto ritiene il più
noto Robert Faurisson, indicato come il catalizzatore del movimento
negazionista e senz’altro tra i più noti negazionisti
dell’Olocausto. Rene-Louis Berclaz, noto come”negazionista
svizzero”, fondatore della rivista Verité et Justice (ora
chiusa), venne invece condannato a sei mesi di carcere per
discriminazione razziale: vi rimarrà per circa un anno. L’accusa:
distribuiva volantini che negavano l’esistenza di camere a gas;
anzi, negava che le famigerate camere a gas fossero state
appositamente architettate per uccidere gli ebrei nei campi di
concentramento. Scontata la pena, Berclaz fu in seguito nuovamente
incriminato e condannato grazie a un mandato di cattura
internazionale.
La lista delle persone condannate per negazionismo
(revisionismo) potrebbe continuare, ma preferiamo, per il
momento, fermarci qui. La sentenza che condannò Irving, al pari
di quelle che condannarono i negazionisti sopraccitati (veri o
presunti che fossero) non fa che confermare proprio la difficoltà
volta a individuare un reato di negazionismo, vale a dire
a individuarne la presunta malafede e l’eventuale disegno
politico. Insomma, il sospetto è che si stia perseguendo un
reato di cui non sono chiari i connotati.

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Recent Posts
Sponsor