Jesse Owens: mito e realtà

Jesse Owens: mito e realtà

Luz Long e Jesse Owens: rispettivamente medaglia d’argento e medaglia d’oro nel salto in lungo

JESSE OWENS: MITO E
REALTA’
Fonte: Institute for Historical Review (http://www.ihr.org/jhr/v5n1p123.html)
A cura di: Mark Weber
Tratto da: The Journal of
Historical Review, Primavera 1984 (Vol. 5, N° 1), pag. 123-125
Jesse Owens, il popolare corridore  olimpico di colore che vinse quattro medaglie
d’oro  ai Giochi Olimpici di Berlino nel
1936, morì nel 1980 all’età di 66 anni. Come avvenne spesso durante la sua
vita, anche l’occasione della sua morte venne sfruttata dalle principali reti
televisive e dai media della carta stampata per divulgare calunniose falsità
già ampiamente accreditate grazie al loro ripetersi negli anni. Oltre ad aver intitolato
una strada a Jesse Owens a Berlino nel Marzo del 1984, si era presentata ora
un’altra occasione  per le
fanfaronerie  mediatiche di diffondere
indecenti mistificazioni. Particolarmente idiota e spregevole fu il racconto
della NBC Night News di domenica 4
Marzo 1984.
I miti, che di solito vengono spacciati come fatti reali,
asseriscono che il cancelliere tedesco Adolf Hitler era furioso quando Owens
vinse, che Hitler si rifiutò di stringergli la mano perché era nero, che i
tedeschi  erano imbarazzati perché la
vittoria di Owens “smentiva” l’idea tedesca sulle differenze razziali ecc.
Owens invece fu acclamato dai berlinesi nello stesso
entusiastico modo riservato agli atleti tedeschi. Lo stesso Owens disse che, in
un occasione, mentre era allo stadio, arrivò in vista di Hitler: “ quando passai davanti al Cancelliere, egli
si alzò, facendo un gesto di saluto nei miei confronti ed io gli ritornai il
gesto “.
Per quanto riguarda il presunto snobba mento, i fatti
riguardanti raccontano una storia molto diversa da quella che normalmente si
sente. Hitler era sul suo palco  durante
il primo giorno delle gare quando Hans Woelke conquistò il record olimpico nel
lancio del peso e, tra l’altro, divenne il primo tedesco a vincere un
campionato olimpico di atletica leggera. Su richiesta di Hitler, Woelke assieme
al vincitore del terzo posto, un altro tedesco, vennero portati al palco per
ricevere le personali congratulazioni del Cancelliere.
Subito dopo Hitler salutò personalmente tre finlandesi che
vinsero le medaglie nella corsa dei 10.000 metri. Poi si congratulò con due
donne tedesche che vinsero il primo e secondo posto nel lancio del giavellotto
femminile. L’unico altro evento programmato per quel giorno era il salto in
alto che era previsto sul tardi. Quando tutti i saltatori tedeschi furono
eliminati, Hitler lasciò lo stadio all’imbrunire sotto un cielo che minacciava
pioggia e non fu presente a salutare i tre vincitori, tutti statunitensi, due
dei quali erano neri.
Hitler se ne andò perché era tardi e non perché non voleva
salutare nessuno. Inoltre all’ora che Hitler se ne andò non poteva sapere se i
vincitori finali fossero bianchi o neri. Il Conte Bailet-Latour, presidente
della Commissione Olimpica Internazionale, inviò un messaggio al leader tedesco
dicendo che, in qualità di ospite d’onore ai Giochi, egli doveva congratularsi
con tutti o con nessuno. Così quando Jesse Owens vinse la finale dei 100 metri
il giorno dopo, egli non venne pubblicamente salutato da Hitler e non lo furono
nemmeno gli altri vincitori di medaglie in quella o altre discipline.
Qualsiasi accenno al fatto che i tedeschi erano
“imbarazzati” per le vittorie dei non-bianchi ai Giochi di Berlino è ridicolo.
Jesse Owens viene rappresentato in primo piano in Olympia, il documentario ufficiale dei Giochi. Il capolavoro
cinematografico di Leni Riefenstahl dedica anche parecchia attenzione a molti
altri non-bianchi, inclusi gli eccezionali atleti giapponesi. La stessa cosa
viene rappresentata nel lussuoso libro semiufficiale illustrato che commemora i
Giochi, Die Olympische Spiele 1936 (i
giochi olimpici 1936), pubblicato dalla Cigaretten-Bilderdienst. Jesse Owens
viene rappresentato sette volte in questo libro, più di qualsiasi altro atleta
e viene definito con ammirazione come “il più veloce del mondo”. Un ampia foto
nel libro riporta la cesellatura dei nomi dei vincitori in granito allo stadio
e nella foto si distingue “Owens U.S.A.”.
Nonostante le notevoli prestazioni di Jesse Owens e di altri
atleti di tutte le razze, la Germania vinse più medaglie d’oro di qualsiasi
altra nazione, “vincendo” di fatto le Olimpiadi, un fatto solitamente ignorato
nelle discussioni che riguardano i Giochi del 1936.
In una lettera del 14 Marzo 1984 al direttore della rete
televisiva tedesco-occidentale ZDF, l’ex atleta tedesco Walther Tripps protestò
per un falso resoconto dato da una rete televisiva tedesca che affermava che
Adolf Hitler non salutò pubblicamente Owens perché era un negro. Tripps fu lui
stesso un grande staffettista ai Giochi del 1936. Dopo l’invio della lettera,
Tripps affermò verbalmente che dopo le Olimpiadi, Hitler  invitò tutti i vincitori olimpici, incluso
Owens, ad un ricevimento presso la Cancelleria del Reich. Hitler si congratulò
personalmente e strinse la mano a ciascun vincitore, incluso Owens, che
confermò la cosa in varie occasioni.
Questo il testo della lettera di Tripps:
Al Direttore della
ZDF (secondo canale
televisivo tedesco)

OGGETTO:
Trasmissione  “Heute” (oggi) del 10 Marzo
1984
Durante il
racconto  sullo scoprimento della targa
stradale “Jesse-Owens-Allee” davanti allo Stadio Olimpico di Berlino, il vostro
presentatore fece un affermazione totalmente non vera. Egli ripeté la stupida
menzogna che nel 1936 Adolf Hitler si rifiutò di incontrare l’impareggiabile
Jesse Owens, quattro volte vincitore olimpico, a causa del colore della sua
pelle e della sua discendenza dalla razza nera. Sembra che il presentatore cercasse
di mettere in chiara evidenza la cosidetta dottrina dell’odio razziale. Questa
storia non è solo fantasia ma una misera menzogna. Oggi la verità è soppressa
presumibilmente per ragioni politiche. Ma essa non morirà. Ci sono troppi
testimoni contemporanei. Io sono uno di quelli.
In effetti Adolf
Hitler ricevette e si congratulò con i vincitori dei Giochi Olimpici del 1936
al posto d’onore dello Stadio Olimpico. Gli 800.000 spettatori giornalieri,
inclusi molti visitatori stranieri, applaudirono entusiasticamente
l’avvenimento. La D.ssa Gisela Mauermayer (che vive oggi a Monaco), Tilly
Fleischer-Grothe (che vive oggi a Lahr), Gerhard Stoeck (che ive oggi ad
Amburgo) e altri, erano tra quelle persone omaggiate.
Fu inoltre disposto
di omaggiare nello stesso modo il grande ed indimenticabile Jesse Owens. Ma a
quel punto, il Presidente del Comitato Olimpico Internazionale, Conte
Bailet-Latour, fermò l’intenzione di Hitler facendo notare che questa pratica
era in conflitto con le norme del Comitato. Il Conte, comunque, non ebbe niente
da obiettare al fatto che si tenesse questo tipo di ricevimento congratulatorio
alla Cancelleria del Reich.
Il Dr. Karl Ritter
von Halt, presidente del Comitato Olimpico Nazionale tedesco e capo
dell’associazione tedesca di atletica, confermò in seguito questi fatti durante
un incontro di ex membri della squadra tedesca. Io ero uno dei presenti a questo
incontro a Stoccarda, con l’indimenticabile Ritter von Halt, che si tenne poco
tempo dopo il suo rilascio dal campo di concentramento di Sachsenhausen gestito
dai russi (tra le altre cose, in quel campo vi morirono l’attore Heinrich
George e l’allenatore Dr. Netz). Erano anche presenti Borchmeyer (che
gareggiava nella corsa finale contro Owens e che ora vive a Francoforte),
Blask, Hem. Tilly Fleischer, la D.ssa Gisela Mauermayer, il Dr. Metzner,
Hornberger, Stoeck, Syring, Dessecker e molti altri. Possono tutti testimoniare
la verità.
I fatti verranno
pubblicati nella rivista degli “Sport Clubs degli ex Campioni Tedeschi”. Come
ha giustamente affermato il Presidente del Comitato Olimpico Nazionale Daume
durante la cerimonia a Berlino, l’onore appartiene a coloro che lo meritano. I
personaggi che usano il microfono per diffondere menzogne sullo schermo
televisivo non appartengono a questo genere.
Firmato: Walther
Tripps
A onor del vero, Jesse Owens stesso non diede mai alcun
contributo ad alimentare il mito. Egli sottolineò ripetutamente il calore col
quale fu ricevuto in Germania e la sua gioia durante quei giorni a Berlino. Ma
non poté impedire che altri lo usassero come simbolo, sia in vita che in morte,
per la calunniare la Germania per motivi loro.
Traduzione a cura di:
Gian Franco SPOTTI

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Recent Posts
Sponsor