Guido Salvini commenta la sentenza definitiva contro Maggi e Tramonte

Guido Salvini: «La mia guerra solitaria per sconfiggere gli stragisti»

«Un periodo storico è ormai ricostruito: Ordine Nuovo spargendo il terrore doveva fungere da detonatore affinché il mondo militare attuasse una svolta autoritaria simile a quella che vi era stata in Grecia con il golpe dei colonnelli». Guido Salvini, ex giudice istruttore nel processo di Milano sulla strage di Piazza Fontana, commenta così la sentenza definitiva della Cassazione su Piazza della Loggia

Ci son voluti 43 anni per arrivare a una verità processuale. È una vittoria o una sconfitta dello Stato?

Contrariamente a ciò che pensano molti, per me è una vittoria dello Stato di oggi. È stato possibile ottenere la verità perché solo a partire dagli anni 90, con la caduta del Muro di Berlino e l’apertura degli archivi dei servizi d’informazione, sono arrivate le prime testimonianze dagli ambienti della destra eversiva che hanno fatto luce sulle stragi. Inevitabilmente nei processi di questo tipo i tempi sono molto lunghi, si tratta comunque di un risultato che illumina un’altra pagina del quinquennio più tragico della strategia della tensione: quello che va dal 1969 al 1974.

Possiamo dire che tutti i responsabili della bomba a Brescia siano stati individuati?

Non tutti i responsabili delle stragi di Piazza della Loggia e Piazza Fontana sono stati individuati. Possiamo però dire che con le sentenze di Brescia e Milano, la paternità dell’ideazione e dell’esecuzione di queste stragi è certa. Le stesse sentenze di assoluzione per Piazza Fontana affermano che la strage fu commessa dalle cellule venete di Ordine Nuovo ed è riconosciuta in via definitiva la responsabilità di Carlo Digilio (neofascista reo confesso, ndr), come confezionatore dell’ordigno, che beneficiò della prescrizione grazie alla sua collaborazione. E la sentenza di Brescia irroga condanne all’ergastolo indirizzate ad appartenenti alle stesse cellule venete di Ordine Nuovo.

Due stragi e un’unica firma dunque…

Sì, e probabilmente un identico esplosivo: il Vitezit di fabbricazione jugoslava. Due stragi che rappresentano l’inizio e la fine di un progetto eversivo. Nel mezzo, tante altri attentati e altre stragi, come quella del luglio 1970: un treno deragliò vicino alla stazione di Gioia Tauro per una bomba sui binari. Ci furono 6 vittime e a piazzare l’ordigno, secondo la sentenza, furono esponenti di Avanguardia Nazionale di Reggio Calabria, l’organizzazione gemella di Ordine Nuovo che operava nel Sud.

Cosa succede nel 74? Perché quel progetto eversivo viene accantonato?

Perché ormai la situazione era mutata: cadono i regimi fascisti in Grecia, Portogallo e Spagna. Inizia una distensione internazionale, finisce anche l’epoca di Nixon e quel progetto diventa antistorico.

Chi sono Maurizio Tramonte e Carlo Maria Maggi, i due uomini condannati per la strage di Brescia?

Due militanti che si pongono ai due estremi della catena di comanda degli ordinovisti veneti. Carlo Maria Maggi era il responsabile dell’organizzazione per tutto il Veneto, non solo un ideologo, ma il capo che pianificava le campagne operative. Era in diretto contatto con il centro di Roma e con il mondo militare. Maggi era quindi lo stratega del gruppo. Maurizio Tramonte, invece, è un personaggio di modesta levatura che a un certo punto raccontò al Sid di Padova di aver partecipato alle riunioni preparatorie della strage di Brescia e di aver fornito appoggio logistico all’operazione. Lo racconta come fonte “Tritone”, cioè come informatore. Era dunque un elemento di collegamento, che dimostra come una parte dei Servizi segreti e il mondo dei neofascisti fossero allora in stretta connessione.

Dunque la condanna di “Tritone” rappresenta un’implicita condanna a una parte dello Stato?

È certo molto indicativa delle collusioni dello Stato in quell’epoca. E non dimentichiamo che nel processo di Catanzaro su Piazza Fontana furono condannati i vertici del SID per aver fatto fuggire in Spagna imputati o testimoni decisivi come Guido Giannettini, un agente di alto livello dello stesso Sid legato a Freda e Marco Pozzan, che di Freda era il braccio destro.

Cosa ha rappresentato Ordine Nuovo per la storia del nostro Paese?

Era un’organizzazione di stampo decisamente neonazista, con un buon livello ideologico e organizzato a due livelli, con circoli pubblici e cellule segrete molto esperte nell’uso dell’esplosivo e delle armi. Si trattava di un’organizzazione che, per il suo anticomunismo, era considerata da una parte dello Stato come “cobelligerante” per impedire uno scivolamento a sinistra del quadro politico italiano. Moltissimi uomini di Ordine Nuovo erano del resto legati al mondo militare o al Sid.

Cosa dice la sentenza della Cassazione di pochi giorni fa sulla stagione della tensione?

Insieme a tutte le altre ci dice che tutti gli attentati di quell’epoca, circa un centinaio, furono materialmente commessi da Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale con un benevolo “controllo senza repressione” da parte dei Servizi di sicurezza italiani e probabilmente americani nell’ottica di un mantenimento dell’Italia in quadro decisamente conservatore.

Lei ha detto che l’esito del processo «premia l’impegno della Procura di Brescia», mentre su Piazza Fontana «la Procura di Milano non ha fatto altrettanto ed ha usato la maggior parte delle sue energie soprattutto per attaccare il giudice istruttore». A cosa si riferiva?

Per parecchi anni la Procura di Milano non si è mai occupata della destra eversiva, nonostante le mie sollecitazioni. Quando decise di intervenire, Saverio Borrelli incaricò di affiancarmi una sostituta appena arrivata in Procura e completamente digiuna di indagini sul terrorismo. Perdipiù una collega che invece di collaborare dichiarò guerra a me, allora giudice istruttore, con l’idea che l’indagine fosse interamente assorbita dalla Procura.

Non si fidavano di lei?

Credo che si trattasse di un senso di fastidio perché un altro ufficio, l’Ufficio Istruzione, aveva raggiunto risultati impensabili mentre la Procura aveva sottovalutato il caso. Quando si fecero vivi i sostituti della Procura entrarono, per inesperienza, in collisione con tutti i testimoni, non mossero un passo avanti e invece di collaborare con me pensarono bene di far aprire dal Csm un procedimento di incompatibilità ambientale nei miei confronti cioè di farmi cacciare da Milano. L’obiettivo era impadronirsi di un’indagine sulla quale comunque da soli non erano in grado di ottenere alcun risultato. Ad esempio quando la Procura andò a Catanzaro per fotocopiare gli atti del vecchio processo su Piazza Fontana acquisì l’agenda del 1969 di Giovanni Ventura. Non si accorsero nemmeno che lì dentro c’era il nome di Carlo Digilio e i riferimenti ad un casolare vicino a Treviso dove Ventura, Zorzi e tutti gli altri veneti avevano la base logistica con le armi e gli esplosivi. Digilio aveva raccontato di questo casolare e le assoluzioni in dibattimento vi furono anche perché quella base non era stata trovata. La conferma stava in quelle agende, ma la Procura non si accorse nemmeno di avere in mano la prova regina. Qualche anno dopo la Procura di Brescia studiò la stessa agenda e trovò subito il casolare che stava ancora lì. Ma ormai era tardi

Perché la ritenevano incompatibile con la sede di Miliano?

II Csm, che all’epoca accoglieva qualsiasi cosa dicesse la Procura di Milano, aprì nei miei confronti il procedimento per “incompatibilità”, una procedura barbara che spesso significa solamente che sei diventato sgradito a qualche magistrato più potente di te. Mio padre è stato magistrato a Milano per 40 anni. Io, all’epoca lo ero da 20, avevo fatto importanti indagini in tutti i settori, lì c’era tutta la mia vita. Sette anni di procedimento con la minaccia di trasferimento possono schiantare una persona. E in più, non riuscivano a capirlo, hanno paralizzato l’ultima parte dell’indagine su Piazza Fontana, la fase decisiva. Io dovevo difendermi tutti i giorni dai loro attacchi e contemporaneamente correre a fare gli interrogatori con Digilio. Furono sette anni di inferno anche se alla fine vinsi il procedimento al Csm. Francesco Saverio Borrelli, che di mio padre era stato collega per tanti anni in Assise, dovrebbe ricordare che ha giocato con la mia vita e con quella della mia famiglia. Aspetto ancora le sue scuse.

 

 

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