Vincenzo Vinciguerra: Nemici della patria VI

Vincenzo Vinciguerra: Nemici della patria VI

CONCLUSIONI

Non si ricostruisce la storia tragica, del dopoguerra italiano senza porre l’accento sul ruolo che in esso hanno ricoperto le For­ze armate.

Divise dagli eventi politici dell’8 settembre 1943, le Forze ar­mate hanno ricostituito la loro unità scoprendo la necessità di porsi al servizio della potenza egemone, gli Stati uniti d’Ameri­ca.

Sconfitte in una guerra convenzionale, hanno ottenuto la rivin­cita partecipando ad una guerra politica che, via via, si è tra­sformata con il loro concorso determinante in una nuova guerra civile, questa volta fra comunisti ed anticomunisti.

Sradicato in nome dell’antifascismo il senso di appartenenza ad una Nazione, per la cui sconfitta militare si opera in nome di ideologie astratte e di corposi e concreti interessi stranieri, l’Ita­lia “rossa” fa decidere a Josip Stalin e al comitato centrale del Pcus se iniziare o meno una guerra civile nella penisola, e quella anticomunista la conduce agli ordini del National security council americano.

Dalle Forze armate sarebbe state lecito attendersi un’azione tesa ad arginare la frattura politico-ideologica all’interno del Paese, viceversa saranno proprio le gerarchie militari a solleci­tare la classe dirigente democristiana ad alimentare lo scontro con i comunisti.

Questi ultimi, i cui dirigenti erano certamente al servizio esclusivo dell’Unione sovietica, hanno rappresentato una minaccia solo perché i loro avversari hanno curato il loro interesse di mantenere ad ogni costo il potere ponendosi, anch’essi, al ser­vizio di un ‘altra potenza straniera, gli Stati uniti.

Non c’è traccia di italianità nella politica degli uni e degli altri.

L’Italia è un mezzo per i politici di entrambi gli schieramenti, mai il fine.

Se questa è stata la scelta dei dirigenti politici al potere, la casta militare ha giocato la carta antinazionale della partecipazione al nuovo conflitto mondiale fra le due potenze vincitri­ci della Seconda guerra mondiale, alimentando la paura fisica e politica dei democristiani ai quali si è presentata, come l’unica for­za in grado di fermare la marcia della “quinta colonna” sovietica nel Paese.

L’anticomunismo militare ha ottenuto, con la sua intransigenza e determinazione, di non finire alla sbarra per le sue gravissime responsabilità nella conduzione della guerra, di ricostituire la propria unità, di collocarsi come la garanzia per gli Stati uniti e la Nato che l’Italia sarebbe rimasta sempre al loro fianco, a prescindere dalle scelte dei governi.

La garanzia militare ha dato, sul piano interno, fiducia alla classe politica democristiana e laica anticomunista e, nello stes­so tempo, ha rassicurato gli alleati internazionali che su di essa hanno contato per impedire ai codardi politici di cedere al Parti­to comunista uno spazio politico sempre maggiore.

La scelta americana di affrontare lo scontro con l’Unione sovie­tica sul piano militare ha trasformato il mondo in un campo di bat­taglia in cui gli eserciti hanno assunto, nel tempo, un’importanza sempre maggiore e, spesso, decisiva.

Sono le Forze armate ad aver garantito agli Stati uniti la tenu­ta dell’America latina contro il progredire del comunismo, così co­me in Asia, in Africa, e nella stessa Europa meridionale, quella che la nascita dello Stato di Israele ed il conflitto medio-orien­tale che ne è seguito ha portato in prima linea.

La Turchia, ha sempre visto le Forze armate imporre con la for­za le ragioni americane e dell’Alleanza atlantica; la Grecia ha conosciuto il colpo di Stato del 21 aprile 1967; la Francia, ha visto il pronunciamento militare del 13 maggio 1958; la Spagna ed il Portogallo hanno avuto regimi autoritari sostenuti dalle proprie Forze armate.

In Italia, le Forze armate, nel dopoguerra, in particolare a partire dagli anni Sessanta quando si è raggiunto 1’apice del pericolo, hanno sempre oscillato fra la speranza di poter ripetere il 25 luglio 1943, il “colpo di Stato istituzionale” con un presiden­te della Repubblica o del Consiglio al posto di Vittorio Emanuele III, e la tentazione di imitare i loro colleghi francesi che, il 13 maggio 1958, da Algeri avevano imposto alla Francia il loro candidato alla presidenza della Repubblica, Charles De Gaulle.

In un Paese in cui i dirigenti politici sono mezze calzette e un De Gaulle non c’era, la speranza di ripetere il 25 luglio è svani­ta il 12 dicembre 1969, il resto è stata una lotta sorda e sordi­da per mantenere sotto pressione la Democrazia cristiana facendo intravedere la possibilità di giungere alla formazione di governi diversi da quelli formati dagli uomini dello scudocrociato, magari con un atto di forza, ma nel rispetto della legalità costituziona­le.

Se si vorrà, infine, accettare la realtà di un Paese che stato obbligato a vivere in uno stato di guerra permanente, allora sarà necessario riscrivere la storia delle Forze armate italiane nel dopoguerra per inserirle a pieno titolo fra i protagonisti della tragedia che la Nazione ha vissuto e di cui, ancora oggi, paga le conseguenze.

In un Paese in cui la classe politica dominante e la casta mili­tare, teoricamente alle sue dipendenze, si sono in realtà contese la fiducia del potente alleato-padrone americano sulla pelle degli italiani, la magistratura, nel suo complesso, non può esistere co­me potere indipendente.

La governativa magistratura italiana ha, quindi, partecipato al rapporto amore-odio fra la dirigenza politica democristiana e la casta militare facendo quello che pretendeva la prima senza lede­re gli interessi della seconda.

Non. è mai stato redatto un elenco di ufficiali delle Forze armate inquisiti – e poi regolarmente assolti o prosciolti con varie formule – per i fatti “eversivi” degli anni Sessanta e Settanta, ed è dovero­so ricordarne qui alcuni, insieme ad altri che non sono mai entra­ti ufficialmente nelle inchieste giudiziarie perché ritenuti di grado troppo elevato per essere infastiditi dai piccoli impiegati del codice penale, notoriamente fortissimi con i deboli e debolissimi con i forti.

Si nota subito come i massimi vertici militari, se in Italia ci fosse stato un vago sentore di giustizia, avrebbero dovuto essere chiamati alla sbarra.

Difatti, compaiono nelle cronache giudiziarie i nomi di Francesco Mereu, capo di Stato maggiore dell’Esercito; Duilio Fanali, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica; Eugenio Henke, capo di Stato mag­giore della Difesa ed ex direttore del Sid; Giovanni Torrisi, capo di Stato maggiore della Difesa; Giovanni De Lorenzo, capo di Stato maggiore dell’esercito, già direttore del Sifar e comandante gene­rale dell’Arma dei carabinieri; Luigi Forlenza, comandante genera­le dell’Arma dei carabinieri; Giuseppe Rosselli Lorenzini, capo di Stato maggiore della Marina.

Inoltre, sono da segnalare i nomi dei generali Ugo Ricci, Luigi Salatiello, Antonino Giglio, Giulio Macrì, Filippo Stefani, Cacciò, Zavattaro Ardizzi, Giovanbattista Palumbo, l’ammiraglio Antonio Mondaini, il tenente generale del Genio navale Dario Paglia, l’ammira­glio Gino Birindelli, il generale di Squadra aerea Giulio Cesare Graziani, il generale Arnaldo Ferrara.

A partire dal generale Giovanni Allavena sono stati inquisiti nel corso degli anni tutti i direttori del servizio segreto mili­tare per fatti attinenti alla guerra politica: Vito Miceli, Mario Casardi, Giuseppe Santovito, Fulvio Martini.

Lunghissimo è, poi, l’elenco degli ufficiali di grado inferiore che sono passati, man mano, per gli uffici giudiziari e per le au­le dei tribunali.

Le accuse rivolte a tutti costoro variano dalla partecipazione a presunti “colpi di Stato” (Borghese, Rosa dei venti, Sogno) a depistaggi, a progettazioni perfino di attentati stragisti come quello di Trento del 18 gennaio 1971, alla tutela degli interessi stranieri come nel caso dell’abbattimento dell’aereo”Argo 16″ nel cielo di Marghera il 22 novembre 1973, o del Dc-9 Itavia ad Ustica il 27 giugno 1980.

Sono le pagine del disonore militare che una forsennata ed inte­ressata propaganda svolta da tutte le forze politiche, tramite i loro giornalisti, ha cercato invano di cancellare.

Accanto alle poche ma significative condanne passate in giudica­to, ci sono tante assoluzioni e proscioglimenti che anche un profa­no della materia processuale nota che sono stati dettati dalla ra­gion di Stato e dalla pavidità di chi ritiene che la giustizia sia una parola vana.

Nella ricostruzione della guerra politica italiana non si può fingere che ci siano stati “incidenti di percorso”, “deviazioni” ed “infedeltà”.

I nomi dei protagonisti militari sono agli atti, l’elenco delle organizzazioni create dalla Forze armate, da esse ispirate, ad esse fiancheggiatrici è stato redatto.

È paradossale che si sia preteso fino ad oggi che una guerra definita, inizialmente, “psicologica”, poi “non ortodossa”, infi­ne divenuta “a bassa intensità”, che ha provocato centinaia di vit­time, migliaia di feriti e decine di migliaia di incarcerati e con­dannati, sia stato solo un affare politico e non militare, nel quale al limite sono stati coinvolti i soli servizi segreti militari e civili e i corpi di polizia, Pubblica sicurezza e carabinieri, dimenticando che questi ultimi sono sempre stati parte integran­te della Forze armate.

La guerra politica in Italia non è stata diretta da politici tecnicamente sprovveduti, da mestatori ed affaristi, da neofascisti di scarso livello intellettivo ed infimo livello morale, da avven­turieri alla Sogno o alla Pacciardi, ma da professionisti della guerra che hanno ritenuto funzionale, ad un certo momento, riven­dicare quel peso politico che il loro ruolo ed i loro “meriti” rendevano non più procrastinabile nel tempo.

È amaro constatare come l’Arma dei carabinieri sia stata ele­vata con il concorso determinante degli ex comunisti a quarta Ar­ma delle Forze armate, quando viceversa avrebbe dovuto essere ri­dimensionata per il ruolo tragico ricoperto nella guerra civile italiana del secondo dopoguerra.

Oggi, è l’Arma dei carabinieri a ricattare i politici imponendo con totale ed ostentato disprezzo verso la popolazione e la giu­stizia che un suo generale, condannato a 14 anni di reclusione per traffico internazionale di stupefacenti, rimanga al suo posto di comando[1].

Ci sono voluti venti e più anni per assolvere tutti gli ufficia­li dell’Aeronautica finiti alla sbarra per la tragedia di Ustica, ma alla fine anche quest’Arma ha avuto la sua soddisfazione.

L’intreccio fra politica e militari, fatto di reciproci ricatti, non permette che sia fatta luce né giustizia, su una guerra che ci si ostina ancora a negare, spacciandola per “terrorismo”.

Per negare alle Forze armate italiane nate dalla sconfitta mi­litare, da una guerra civile, dal bagno di sangue della primavera del 1945, la qualifica di “italianità”, per additarle come ne­miche della Nazione e del nostro popolo, non contiamo sulle parole ma sui fatti, non quelli descritti negli atti processuali e nei documenti di archivio, ma quelli iscritti sulle lapidi dei tanti italiani che sono rimasti uccisi per gli interessi di una potenza straniera tutelati da una classe politica e da una casta militare mercenarie.
[1] Vinciguerra si riferisce qui al generale Giampaolo Ganzer, comandante dei ROS: http://www.corriere.it/cronache/10_luglio_12/ganzer-condanna_77348dd8-8db1-11df-a602-00144f02aabe.shtml. Su Ganzer si veda anche l’articolo Il generale Giampaolo Ganzer e la lunga scia di omicidi, suicidi strani e false inchieste:  http://www.agoravox.it/Il-Generale-Giampaolo-Ganzer-e-la.html  

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