Omaggio a Elizabeth Dilling

Omaggio a Elizabeth Dilling

Traduzione dall’originale inglese di un estratto dell’opera
The Jewish Religion: Its Influence Today
(«La religione ebraica: la sua influenza odierna»: http://www.come-and-hear.com/dilling/index.html ), di Elizabeth Dilling (1894-1966).
Cap. VIII (pagg. 46-54) e cap. VI (pagg. 31-36)
a cura di Piero Pisani

PARTE PRIMA

LA DEMONOLOGIA DEI FARISEI

Il cosiddetto «giudaismo» odierno altro non è che fariseismo talmudico babilonese, che fondamentalmente può considerarsi mero paganesimo che si è contaminato durante i secoli. Definizioni afferenti a questa antica forma di satanismo come «immanenza» (da Baruch Spinoza; 1632-1677), «emanazione» (dalla Cabala talmudica), «materialismo dialettico-storico» (da Karl Marx; 1818-1883), malcelano in realtà concetti riconducibili al paganesimo arcaico…

La demonologia fu adottata in tutte le sue forme dai farisei e incorporata nel cosiddetto «giudaismo». Demoni dell’arcano, della notte e di ogni fase della natura erano e sono oggetto di zelante adulazione da parte di questa sètta. Il testo talmudico intitolato Yadayim («Le mani») ne è un classico esempio, trattando il rituale del lavaggio delle mani connesso alla demonologia farisaica. Il Talmud è colmo di riferimenti a varie pratiche occulte.

La pratica farisaica ai tempi di Cristo di far sgocciolare acqua sulle mani alternativamente onde allontanare presenze demoniache è tuttora in uso. Lo Schulchan Aruch («Codice della legge ebraica»), una forma alleggerita della Mishna del Talmud, allude alla presenza aleggiante di un demone sulle persone addormentate:

«Quando costui si leva dal proprio sonno, lo spirito maligno si allontana dal suo corpo ad eccezion fatta delle dita delle mani. Da quel punto, lo spirito impuro non si allontanerà prima che vi sia fatta sgocciolare dell’acqua, per tre volte e alternativamente. Ad una persona non è permesso di percorrere più di quattro cubiti senza che prima si sia lavato le mani» 1.

L’Edizione Soncino del Talmud, nella sua introduzione allo Yadayim, recita come segue: «Questo […] rito […] costituì uno dei fondamentali dissidi tra Gesù e i farisei (pag. 545). Quando i farisei si rivolsero a Cristo redarguendolo circa l’inosservanza da parte degli apostoli dei rituali concernenti il lavaggio delle mani, egli si rivolse a questi di rimando tacciandoli d’ipocrisia poiché insegnavano “dottrine che sono precetti di uomini […]. Perché voi trasgredite il comandamento di Dio in nome della vostra tradizione”»? (Mt 15, 3-9).

Ecco invece quanto affermava Mosè nei suoi precetti (Dt 18, 10-12): «Non si trovi in mezzo a te chi immola, facendoli passare per il fuoco, il suo figlio o la sua figlia 2, né chi esercita la divinazione o il sortilegio o l‘augurio o la magia; né chi faccia incantesimi, né chi consulti gli spiriti o gli indovini, né chi interroghi i morti, perché chiunque fà queste cose è in abominio al Signore; a causa di questi abomini, il Signore tuo Dio sta per scacciare quelle nazioni davanti a te».

Ciò nonostante, tutte le summenzionate pratiche sono ammesse dagli scritti farisaico-giudaici 3.

Riferendosi esattamente al precedente passo delle Sacre Scritture, rovesciandone tuttavia il senso, i «savi» talmudici asseriscono che l’evocare demoni allo scopo di sfruttarne i poteri per pratiche magiche non costituirebbe idolatria perché tale pratica differisce in sé dall’adorazione!

L’antica pratica del conversare con gli spiriti esercitata dagli iniziati a scopo divinatorio è contemplata anch’essa nel giudaismo, tant’è che da questi viene ignobilmente attribuita a Gesù 4.
Ecco un altro ammonimento di Mosé: «Non praticherete alcuna sorta di divinazione o di magia» (Lv 19, 26). I «savi» distorsero anche questo univoco e chiaro precetto dichiarando: «Ciò è diretto a coloro che praticano l’incantesimo per mezzo di alcuni roditori, uccelli e pesci». Questo allo scopo di vietare ciò che comunque nessuno avrebbe avuto interesse a praticare e aprendo così la strada a tutte le pratiche pagane che altrove erano comunemente ammesse.

Taluni dogmi cristiani sarebbero per costoro ottusa mistificazione. Nella Jewish Encyclopedia del 1905 viene già esplicitamente menzionata l’egemonia dei farisei sul giudaismo e l’azione di epurazione condotta da costoro verso quei «passaggi obsoleti» delle Sacre Scritture concernenti Dio e il Suo potere di controllo intelligente sul mondo e sul creato, attribuendo tali virtù bibliche a eminenze minori o «potenze angeliche». Quindi, i farisei procedettero con l’angeologia e la demonologia (babilonese) – la Ma‘asek Bereshit e la Ma‘aseh Merkabah – a ridurre, e di fatto ad annichilire, la Bibbia a mero panteismo. È inoltre ritenuto «obsoleto» l’antropomorfismo, che viene riscontrato dai farisei nella Bibbia, e che attribuisce a Dio qualità come l’intelligenza, il controllo e l’amore 5.

La Ma‘aseh Merkabah e la Ma‘aseh Bereshit sono la denominazione ebraica di una forma di gnosticismo occulto. Pretenziosamente basato sulla Genesi e sulla visione del Profeta Ezechiele del Cocchio di Dio (Ez 1), quest’ultimo «mistero» prende il nome di «Merkabah».

Le parole che paiono maggiormente intrise di significato nella definizione della Merkabah, contenuta nella Jewish Encyclopedia (pagg. 499-500), sono «tramite altri mezzi»: «Il credo risiede nella visione di talune cose nel mondo reale indotte da abluzioni, rapide e ferventi invocazioni e tramite altri mezzi […]. Colui che cavalca la “Merkabah” deve dotarsi di amuleti con sigilli recanti nomi misteriosi […]. La figura centrale della teofania è in ogni caso “il Principe Faciceo” Metatron […]. Egli è colui che impartì all’uomo la conoscenza paradisiaca, del passato e del futuro».

Persino bruciare bambini in onore del demone Moloch in cambio di potere occulto è permesso oggi dalle scritture più autorevoli del giudaismo farisaico.

Magia ebraica

Rabbi Joshua Trachtenberg (1904-1959), citato nell’opera Who’s Who in American Jewry, scrisse nel suo illuminante – seppur difensivo – libro Jewish Magic and Superstition («Magia e superstizione ebraica») della fama pluricentenaria, di cui gli ebrei godono, come praticanti di magia nera e di riti di demonologia occulta, affermando:

«Dalle fonti risulta che gli ebrei possedessero quanto meno familiarità con l’uso di metodi atti ad indurre malattia e morte, eccitazione e istinto omicida, capacità di persuasione coatta o evocazioni demoniache, a scopo divinatorio e altro […]. Abbiamo anche testimonianza del potere dei maghi di proiettare il proprio spirito in luoghi remoti, spaziare liberamente in essi per poi far ritorno al proprio corpo esanime» 6. «La magia […] esistette sempre all’interno della cornice della religione ebraica» 7.

Rabbi Trachtenberg ha inoltre affermato:

«La conoscenza dei nomi attraverso i quali la magia ebraica veniva praticata era inaccessibile alle donne poiché richiedeva non solo un’approfondita conoscenza dell’ebraico e dell’aramaico, cosa pressoché inaudita per il sesso femminile, ma soprattutto una profonda interiorizzazione delle reminiscenze in ambito mistico dalla cui perpetuazione esse erano interdette […]. L’antica sapienza mistica era ermeticamente custodita e tramandata da una ristretta cerchia. L’arcana sapienza dei discepoli di Kalonymos (che attinse tale conoscenza da fonti babilonesi) […] vide la sua prima stesura scritta nel XIII secolo […]. L’ebraismo si votò sempre più all’introspezione […] e lo studio del Talmud divenne quasi totalmente l’unica ricerca intellettuale […]. Tuttavia, la Cabala tedesca non raggiunse mai la profondità teoretica della propria controparte ispanica, né mai possedette pari influenza» 8. «Sicché possiamo affermare che qualunque ebreo sia stato spinto dal proprio desiderio in tal direzione possegga in sé, seppure in misura ristretta, una piccola porzione di magia. Tuttavia, è generalmente convenuto che solo una minima parte della sapienza mistica è stata oggetto di trascrizione; la gran parte di essa rimase proprietà privata e gelosamente custodita» 9.

Nel capitolo della stessa opera recante il titolo «Vietato e consentito», Trachtenberg scrive: «Nella Bibbia viene indistintamente pronunciata una condanna verso la magia. Il Talmud […] persegue nel suo intento tradizionale di classificazione e chiarimento della legge ebraica, smembrando la definizione generalizzante di magia in diverse sezioni». A seguito di un’accurata suddivisione in categorie del suddetto argomento l’autore giunge infine ad ammettere che il Talmud contiene tutte quelle pratiche denunciate e bandite dalla Bibbia.

Trachtenberg conclude: «Da un punto puramente pratico, vennero escluse dalle proibizioni tutte le forme di magia d’uso corrente presso gli ebrei» 10.

La Universal Jewish Encyclopedia cita Jewish Magic and Superstition di Trachtenberg come un testo di grande autorevolezza rabbinica sulle tematiche in esso esposte.

Habdalah

Riferisce rabbi Trachtenberg: «Il sabato sera, durante la cerimonia della Habdalah, che segna l’inizio della nuova settimana, una diversa libagione veniva offerta agli spiriti come parte del rituale. Una piccola quantità di vino veniva versata sul suolo come “propiziazione per la settimana intera simboleggiando buona fortuna e benedizione”». Rabbi Trachtenberg screma quindi il racconto dalla sua enfasi e procede attribuendogli valore religioso:

«Moses Mat scrisse nel XVI secolo che questa pratica aveva lo scopo di cedere la propria porzione di vino a Korah”, letteralmente le “potenze malvagie”. Pare che tale porzione fosse in realtà una quantità alquanto ragguardevole. A tal proposito, ebbe ad esclamare un rabbino della Slesia: “Se possedessi la quantità di vino che durante la Habdalah viene versata al suolo, ne avrei a sufficienza per dissetarmi un’intera annata”! Questa pratica del versare vino laddove è stata pronunciata una benedizione è secondo taluni non un’offerta fatta agli spiriti, bensì un mezzo per liberarsene» 11.

Poco prima, Trachtenberg illustra varie forme d’offerta di cibo a demoni come un tozzo di pane e un calice di vino «lasciati all’uopo per la durata di una notte», considerando tale pratica il «predisporre il desco per i demoni». Ciò continuava ad esser praticato, talvolta ammettendo apertamente di avere come fine «l’estensione della pienezza della benedizione per l’intera settimana». Durante il Seder pasquale, una coppa di vino è appositamente mesciuta al profeta Elia, il quale, secondo una credenza comune, visiterebbe in tale occasione le case di ogni ebreo e per il quale viene inoltre appositamente lasciato aperto l’uscio domestico; almeno in questa occasione non si tratta di una presenza malefica. Altra pratica affermatasi in seno alle comunità ebraiche tedesche consiste nello spillare una goccia di vino allorquando, in occasione della ricorrenza precedentemente citata, si rievochino le dieci piaghe bibliche, allo scopo di esorcizzare una possibile visita da parte di spiriti malefici a coloro che fra i celebranti abbiano potuto indurli a ciò risvegliando la memoria di nefasti accadimenti. Scrisse di Israel Isserlein il suo biografo: «Egli era aduso a spillare una goccia d’acqua dal suo calice prima di berne, ciò per osservanza di un costume universale ebraico risalente ai tempi della stesura del Talmud. Il senso di tale pratica risiedeva nella convinzione che un demone potesse aver contaminato il liquido; ovviamente, il rimuoverne una porzione non poteva aver lo scopo di purificarlo. Il proposito era piuttosto di cessare l’intento del demone di avvelenare il liquido offrendogliene una libagione» 12.

Tashlik e Kapparah

Rabbi Trachtenberg descrive la potenza dei rituali ebraici della Kapparah.

Nelle prime edizioni della Shulchan Aruch, un codice ebraico comunemente riconosciuto e a cura di Joseph Caro, il giudizio sullo Tashlik di «usanza frivola» venne rivisto «sotto l’influenza dell’autore polacco del XVI secolo Moses Isserles […], giacché varie caratteristiche del rito ne suggeriscono il carattere superstizioso nonché magico».

Il Tashlik è l’antica ma tuttora comune pratica farisaica del gettare in un fiume o in un bacino acquoso dei tozzi di cibo durante il Rosh Hashana, una sorta di richiamo che anche presso gli ebrei hassidici è utilizzato allo scopo di placare i demoni. I ponti di Brooklyn e Manhattan di New York sono più volte stati luoghi in cui questa pratica è stata messa in atto, come riportato nella Jewish Encyclopedia del 1905, alla voce «Tashlik». Aggiunge Trachtenberg:

«Il pollame è strettamente associato agli spiriti nella tradizione ebraica (e non) costituendone l’offerta votiva per antonomasia […]. L’uomo e la donna sono rappresentati da un gallo e una gallina in svariate forme di rituale magico. I cerchi descritti attorno alla testa degli esemplari e i numeri tre e sette sono peculiarità di queste pratiche. Questa forma di “rappresentanza” tra uomo e gallo viene effettuata tramite la recitazione di formule che possiedono tutti gli aspetti salienti dell’incantesimo. Nei testi più antichi dei rituali, la locuzione “questa è la mia espiazione” mancava, poiché la sua successiva aggiunta aveva piuttosto la funzione di far sì che le iniziali dei vocaboli ebraici contenuti nella formula componessero l’acronimo “Hatash”, ossia il nome dell’angelo preposto a queste mansioni».

Rabbi Trachtenberg continua:

«La credenza che gli spiriti si appollaino sui tetti delle case è comune nel mondo ebraico (il Talmud riferisce che si nascondono nelle grondaie) […]. Alla luce di tutto questo è difficile dubitare del significato dell’uso di gettare delle interiora d’animale sui tetti, pratica tuttora comune in molte comunità ebraiche. Questa è una delle più plateali pratiche scaramantiche rimaste in uso, tant’è che mentre se per altri casi l’associazione ad una pratica del relativo significato si perde troppo nella notte dei tempi, in questa circostanza l’ovvietà della correlazione tra pratica e credenza non lascia spazio a dubbi» 13. «Analogamente a ciò, si menzioni il Tashlik, osservato il primo giorno del Rosh Hashanah […]. Questa cerimonia non rappresenta che l’ultima versione di un complesso di pratiche scaramantiche basate sulla credenza dell’esistenza di spiriti nei bacini acquiferi […]. Recentemente, questa ricorrenza è stata prorogata al primo giorno dell’inizio dell’Anno Nuovo a causa del fatto che cadendo essa sullo Sabbath potesse costituire peccato il consumare pane in quel lasso di tempo».

Molte spiegazioni tradizionalmente usate dal fariseismo a mo’ di «sepolcro imbiancato» per coprire il semplice paganesimo sono di seguito elencate dal Trachtenberg:

«Talune spiegazioni sono in maniera troppo evidente una copertura del reale proposito, ossia la pratica di offrire pane agli spiriti […]. Questa tendenza ad abbandonare le proprie vesti al fiume nasce sotto l’influsso cabalistico» 14.

L’offerta rituale di pane agli spiriti abbandonando questo alle acque d’un fiume è inoltre chiaramente rappresentata in un’illustrazione contenuta nella Jewish Encyclopedia. Tutto il testo talmudico dello Yadaym, o lavaggio rituale delle mani si basa sulla credenza di spiriti che dimorano nelle acque. Lo scopo dello scrittore talmudista in queste opere non era assolutamente quello di cancellare l’aspetto animistico dalla vita dei farisei, cosa che questi gli avrebbero implacabilmente rinfacciato.

Lilith: la favorita tra le diavolesse

Tra le schiere di demoni sui quali gli ebrei manifestano l’intento d’ottenere il controllo per poi liberarsene, nessuna figura detiene la preminenza di Lilith. Vi sono amuleti con lo scopo specifico di tenerla sotto controllo, come si evince dalla Jewish Encyclopedia 15.

Si ritiene che Lilith nutra gelosia verso le madri assopite e i loro neonati. La sua principale attività sarebbe il «covare demoni». Nella già menzionata pubblicazione del Trachtenberg, l’autore insiste nel riferire la favola talmudica secondo cui Adamo, quando era ancora separato da Eva, avrebbe avuto delle relazioni con diavolesse che gli avrebbero donato una progenie demoniaca. Si dice che ciò sarebbe accaduto quando egli aveva 130 anni.

Trachtenberg scrive (16):

«Come conseguenza delle leggendarie relazioni di Adamo con Lilit (una dizione diversa) […], la progenie che ne risultò fu frequentemente associata a demoni che attanaglierebbero gli uomini assopiti causando a questi polluzioni notturne, spargendo il seme di questa progenie ibrida […]. Visto che le vittime predilette della diavolessa sarebbero le donne assopite, pare ovvio il ricorso ad un numero estensivo di contromisure […]. In questa interpretazione traspare la fusione tra la diavolessa della notte e l’archetipo di entità posta a tutela della gravidanza, figura influenzata senza dubbio dal personaggio mitico babilonese Lamassu, nonché le lamiæ e le striga della tradizione greco-romana».

Il mimo

Una delle più caratteristiche nonché meno gradevoli tra le usanze talmudiche è il ricorso alla gestualità per la cosiddetta «rappresentazione mimata». Rabbi Trachtenberg ne discute nella sua già citata opera 17:

«Si tratta di uno dei più diffusi espedienti anti-demoniaci […]. Si effettua serrando il pugno e inserendo il pollice tra le dita intermedie. Si tratta di una forma simbolica alquanto odiosa[…]. La sua origine deriva da una rappresentazione oscena dell’atto sessuale. Menasseh ben Israel (1604-1657) si espresse correttamente sia nell’esplicare l’intento di tale atto gestuale, che nell’associare questo al suggerimento talmudico di inserire il proprio pollice destro nel pugno sinistro e viceversa, per proteggersi dall’occhio malevolo […]. “Quando un uomo serra il pollice nel proprio pugno, simula una donna gravida, cosicché gli spiriti non possano nuocergli”. Chi avesse deciso di utilizzare tale contromisura veniva messo in guardia dal fatto che ciò, oltre a neutralizzarne gli attacchi, faceva letteralmente infuriare i demoni; pertanto, era del tutto sconsigliabile che individui deboli, “specialmente gli ammalati gravi”, ricorressero a tale pratica, onde evitare ritorsioni da parte di tali entità. Tra le varianti d’uso comune di tale pratica ricordiamo: l’inserzione del mignolo destro nel pugno sinistro, accompagnata dalla recitazione di una formula per propiziare un viaggio sicuro. Per la stessa finalità si ricorreva all’uso delle dita con allusioni al fallo, così com’è risaputo che sollevare l’indice e il pollice ripetendo il nome “Uriel” sette volte permetterebbe di ipnotizzare una strega, o ancora che un “impulso malefico possa essere vanificato premendo coi pollici sul suolo e ripetendo “Pipi” nove volte e sputando» 18.

Anche in questo caso, l’accuratezza del Trachtenberg è proverbiale.

Spiriti e cimiteri

«Ovviamente, gli spiriti, oltre che nuocere, possono anche aiutare gli uomini […]. Un visitatore dotato di spirito d’osservazione che si rechi, ad esempio, alla tomba di Simon bar Yohai a Meron, in Palestina, noterà una serie di appelli al santo per invocare il suo benevolo aiuto 19 […]. La pratica antica di visitare i cimiteri per supplicare i parenti scomparsi o i saggi persistette nel tempo […]. Oltre alle visite individuali, si accrebbe l’uso presso le congregazioni di ritirarsi collettivamente nei cimiteri in diverse occasioni annuali, come i sette “digiuni della pioggia” e per il Tisha ‘B‘Ab […], nonché per il Giorno dell’Espiazione e per l’inizio dell’Anno Nuovo, “affinché i morti implorino misericordia per nostro conto”» 20. «L’usanza di lavarsi le mani dopo un funerale è ampiamente diffusa […]. Nonostante i tentativi di reperire un’esegesi biblica a questa pratica […], si giunse unanimamente ad ammettere che il suo scopo era di “esorcizzare gli spiriti impuri” che gremivano i partecipanti, “gli spiriti che li seguivano nelle loro dimore”» 21.

Tuttora, si possono notare gli ebrei che in luoghi come il Temple Sholom, sull’elegante Lake Shore Drive di Chicago, fanno sgocciolare dell’acqua sulle proprie mani dopo un funerale.

La Jewish Encyclopedia (alla voce «cimitero») riferisce dell’usanza di visitare i cimiteri per consultare gli spiriti, citando il Talmud 22. In questo trattato, si legge che colui «che trascorra una notte in un cimitero affinché uno spirito impuro possa giacere su di lui, per renderlo capace di prevedere il futuro, si espone talvolta al pericolo» 23.

Al di là di tutto, che i cimiteri siano infestati da spiriti e demoni rimane una convinzione diffusa.

Negromanzia ebraica

Riferisce rabbi Trachtenberg:

«Il futuro è un libro aperto per le schiere del regno del sovrannaturale; persino i defunti, oltre che gli angeli e i demoni, possono origliare le decisioni imminenti prese dalla corte altissima; “essi fluttuano attraverso l’universo per udire ciò che è stato decretato”. Quindi, ne fanno il resoconto ai propri intimi sulla terra attraverso sogni o apparizioni personali […]. Tuttavia, normalmente, il mondo spirituale è geloso dei proprî segreti e può essere indotto a rivelarli solo attraverso espedienti magici […]. Invocazioni mistiche e riti occulti sono un efficace strumento del mago per assoggettare i defunti alla propria volontà. L’arte della negromanzia è una funzione specifica della magia» 24.

E ancora:

«La lingua ufficiale della corte celeste è l’ebraico […]. Questo principio è stato avanzato nel Talmud» 25.

Nel capitolo «The War With the Spirits» («La guerra con gli spiriti»), rabbi Trachtenberg afferma:

«I metodi per tutelarsi dagli attacchi degli spiriti si dividono in tre categorie generiche: 1) Scacciarli […]. 2) Conquistarne le grazie per mezzo di doni, corromperli e quindi acquisirne il favore; 3) Ingannarli camuffando o travestendo le vittime da essi designate, oppure persuadendoli a credere che la realtà riguardante le circostanze motivo dell’offesa era diversa da quella da essi percepita. Ognuno di questi metodi, singolarmente ma spesso anche in combinazione, erano conosciuti e praticati dagli ebrei, tant’è che questi trovarono espressione in passi di rituali religiosi».

Rabbi Trachtenberg cita la pratica di immergere un prepuzio appena reciso in un bacile d’acqua, con i partecipanti che immergono le dita nel liquido sanguinolento, nonché il seppellire il circoncisore con i prepuzi che ha reciso durante la sua vita, come forme di un rituale demoniaco. Il rabbino cita pure:

1) La sfortuna recata dai numeri, con eccezion fatta per alcune notti nelle quali è possibile allontanare il maleficio di tali cifre bevendo quattro calici di vino;
2) Gli studi talmudici per trafiggere i demoni;
3) La recitazione notturna dello Shema.

Egli aggiunge: «Non vi fu mai un tentativo di camuffare l’intento di queste funzioni-preghiere; fu più volte ribadito che esse possiedono una funzione specifica legata ai demoni». E riferisce: «Alla mia destra Michele, alla mia sinistra Gabriele, innanzi a me Uriel, dietro di me Raffaele». Questa non è che la versione ebraica dell’antica formula babilonese d’incantesimo: «Shamash innanzi a me, Sin dietro di me, Nergal alla mia destra, Ninib alla mia sinistra». O ancora: «Possano il buon Shedu alla mia destra, il buon Lamassu alla mia sinistra, ecc…» 26.

«L’arma finale nella strategia anti-demoniaca è quella dell’inganno. Oltre a piagnistei in occasione dei matrimoni per trasformare agli occhi dei demoni tali ricorrenze in eventi nefasti, rompere un bicchiere e suonare lo shofar per spaventare i demoni nelle stesse circostanze, altre pratiche d’inganno «d’uso comune sono il cambiare il proprio nome assumendone uno posticcio cosicché i demoni o spiriti incaricati di eseguire una condanna non riescano a localizzare il proprio obiettivo […], proprio come gli alias per i criminali braccati dalla polizia» 27.

Alla voce «Shinnuy-ha-shem» della Jewish Encyclopedia, è possibile reperire la formula usata in sinagoga per sostituire il vero nome con uno posticcio onde ingannare i demoni: «Quando il Legittimo Giudizio aveva già decretato la morte per malattia, i nostri santi rabbini dissero: “Tre cose annullano la sentenza; una fra queste è cambiare il nome del paziente. Noi perciò, conformemente al loro consiglio, abbiamo cambiato il nome di (menzione nome originario) nel nome (menzione nome posticcio) che è ora un’altra persona”. Il decreto non avrà più forza nei riguardi di costui». Cristo era dunque così folle nel chiamare i farisei «stolti e ciechi»? (Mt 23, 17).

Lo Shulchan Aruch

Mai curarsi della corretta dizione di un termine talmudico. Tanto per infondere un senso frustrante di confusione, non appena si è identificata una dizione, se ne trova un’altra. Il titolo di questo paragrafo è la dizione suggerita dalla Jewish Encyclopedia, nonostante il nome del libro sia Schulchan Aruch .

Quest’ultimo, riferisce la Universal Jewish Encyclopedia, è la «fonte di primaria autorità dell’ebraismo. Esso è un compendio delle pratiche religiose ebraiche». Il Kitzur, o compendio condensato di questa opera, è in vendita nelle librerie ebraiche 28.

Esso fu redatto da Joseph Caro. Egli morì a Safed, in Palestina, il santuario della magia ebraica. Caro era uno di quegli esuli di Spagna, allontanati da questa nel 1492 in virtù della reazione al fiorire nel territorio nazionale dell’«età dell’oro» dei talmudisti.

A causa delle accuse di negligenza rivolte a Caro nei confronti delle usanze degli ebrei orientali o askenaziti, stanziati tra Polonia, Russia e Germania, in favore delle usanze ebraico-spagnole o sefardite, Moses Isserless integrò in tal senso il testo. Venne pubblicato per la prima volta a Venezia nel 1565 e divenne «pressoché canonico». La Universal Jewish Encyclopedia recrimina, tuttavia, che sin dal 1700, a causa dell’esposizione di August Eisenmenger (1830-1907), lo Shulchan Aruch indusse gli antisemiti ad accusare gli ebrei di essere «ostili all’umanità».

Il Kitzur, o edizione abbreviata dello Shulchan Aruch, costituì un infuso delle leggi talmudiche o Mishnaim, una sorta di vademecum degli espedienti più vari, come il tipo di scarpa da calzare ogni mattina per tenere lontani i demoni, ecc…, la spiegazione agli ebrei moderni del tanto amato oggetto di studio talmudico: l’intimità.

Afferma rabbi Trachtenberg : «Ai tempi della stesura del Talmud era comune far risuonare delle noci in un contenitore per scacciare e spaventare i demoni che frequentano i luoghi privati». Egli cita anche altri strumenti.

Le sezioni VXXII-CXXV offrono indicazioni su quelle frivole osservanze quali l’evitare di fare il bagno o il non piantare i chiodi durante il digiuno del Tammuz: «Alla sera tutti si radunano nella sinagoga levandosi gli stivali […]. Tutti devono sedersi a terra; giusto qualche flebile luce viene accesa solo perché sia sufficiente a questi per recitare i lamenti e i lamenti speciali. Lamenti e lamenti speciali sono entrambi recitati con tono sommesso e intonazione congrua» 29.

«Nello shabbat dei nove giorni di Ab, è usanza chiamare al Maftir il rabbino che sappia eseguire il lamento» 30.

Il pretesto per tenere questa tipica usanza pagana babilonese è il dovere di piangere per la perdita del Tempio di Gerusalemme.

Vi sono poi tre osceni e assurdi capitoli riguardanti il comportamento da tenere in luoghi intimi e privati; gli escrementi e le secrezioni; i lavaggi delle mani contro i demoni e tutte quelle pratiche che vennero duramente deplorate da Cristo. Soltanto le pagine dell’opera riguardanti il sabbath sarebbero sufficienti a consumare una pietra. Tipici esempi di questi precetti: «Una persona non deve lavare le proprie mani al suolo […] perché uno spirito malefico aleggia su tale acqua» 31. La mano destra e quindi la sinistra devono essere immerse nell’acqua prima del pasto: «Ed egli non deve asciugarle nei proprî indumenti poiché ciò reca danno alla memoria» 32.

«La saggezza dei savi» rammenta oggi: «Quando un uomo è assopito, la sua anima abbandona il corpo, e uno spirito impuro scende su di lui. Quando questi si leva dal sonno, lo spirito malefico abbandona tutto il suo corpo, ad eccezione delle dita. Da questo punto lo spirito non si allontanerà finché egli non vi avrà fatto sgocciolare dell’acqua per tre volte alternativamente. Non è permesso camminare per più di quattro cubiti prima di essersi lavati le mani» 33. Un cubito corrisponde circa a 45 cm. Attenti quindi ai vostri passi! Questo cosiddetto «lavaggio di mani» non ha a che fare con l’igiene, bensì con lo sloggiare quei demoni che il pio e ortodosso ebreo invocherà appena un po’ più tardi.

Omicidio rituale

Nel corso dei secoli, a partire dall’epoca dello storico fariseo Giuseppe Flavio (37-100 d.C.), ossia dal I secolo, gli ebrei sono stati ripetutamente accusati di praticare l’«omicidio rituale» nel corso di pratiche di magia nera, imputazione da sempre negata con veemenza. Queste negazioni sono comprensibili se si considera quanto odiose siano queste pratiche.

Riferisce la Jewish Encyclopedia del 1905: «Si può asserire in maniera categorica che non esistono rituali ebraici che prescrivano l’uso di un qualsiasi essere umano […]. Se ce ne fossero stati, ne risulterebbe menzione nella colossale letteratura halakhica».

Ovviamente, tale asserzione ha natura elusiva, poiché nessuno ha mai accusato l’ebraismo di compendiare pratiche cruente e demoniache nelle pagine dell’Halachah (o letteratura «legale»). La demonologia appartiene alla «Cabala pratica», la letteratura «teurgica» sullo studio dei miracoli, manoscritti che sono trascritti e ricopiati da donatore a fiduciario, solo occasionalmente e parzialmente contenuti in testi sull’occulto. Tra le righe di questa letteratura scorre sangue, sangue e ancora sangue.

Una delle tante accuse di omicidio rituale ebbe luogo in Russia nel 1912, quando Menahem Mendel Beilis (1874-1934) fu accusato di questo crimine, perpetrato pare in seno a pratiche di magia nera. L’American Jewish Committee («Comitato Ebraico Americano») riuscì con successo a sensibilizzare i giornalisti sulla propria posizione: «Questa nazione (gli Stati Uniti) ritiene l’accusa di carattere semplicemente infamante». I ministri cristiani d’America vennero persuasi a spedire lettere di protesta in Russia. Questi «paladini della cristianità» aborrivano «la convinzione della fondatezza di questa atroce accusa» 34.

La Jewish Encyclopedia del 1905 nega artificiosamente l’«accusa del sangue», ma asserisce:

«Dell’allarmante numero di processi su presunti rituali si è venuti a conoscenza solo dei più eclatanti e di valore più emblematico». Centoventidue di questi sarebbero stati insabbiati. Tra questi, trentanove costituiscono un unico blocco collocabile in Russia, e solo nel XIX secolo. Altri ebbero luogo in Romania, Prussia, Boemia, Germania, Inghilterra, Francia e ancora Russia.

Possibile che un numero così imponente di processi abbia avuto luogo in così tanti luoghi e per un lasso temporale talmente lungo solamente sulla base di un mero pregiudizio?

Una lettura della voce «Superstizione» della Universal Jewish Encyclopedia offrirà uno scorcio sulle pratiche occulte che tuttora permangono nel giudaismo, pratiche folli come «il mimare», la Kapparah e altre affini.

Rabbi Joshua Trachtenberg è citato come un’autorità, così come il suo Jewish Magic and Superstition. In tale opera egli cerca di smontare le accuse di omicidio rituale nei secoli, con particolare riferimento alla «costante ricorrenza, in questi processi, del sacrificio del bambino e dell’importanza del sangue umano nei rituali di stregoneria […] gli elementi più caratteristici nella tecnica dello stregone e della strega come sono stati divulgati dalla campagna accusatoria portata avanti dalla Chiesa» 35.

È particolarmente degna di nota il fatto che queste pratiche continuino ad essere attuali. Il defunto dottor Dekker faceva parte, un tempo, del movimento comunista, e mi disse di essere membro dello stesso gruppo occulto del capo del Partito Comunista statunitense Earl Browder (1891-1973), con il compito specifico di «influenzare gli individui».

La pubblicazione Ritual Magic 36 è un buon complemento al Jewish Magic and Superstition di Trachtenberg ed è un libro integrato da documentazioni contenenti molti scritti concernenti pratiche cruente. Il suo autore è la professoressa Elizabeth M. Butler (1885-1959), della Cambridge University.

La grande preparazione, nonché la documentazione su questo soggetto, sono presentati in uno stile sobrio, benché non privo di momenti in cui la consapevolezza della natura pericolosa e viziosa di queste «arti» occulte, supportata da esimi riferimenti filologici, non può non suscitare ansia nel lettore accorto. Si fà quindi riferimento alla linea che lega questa magia demoniaca ad un’epoca passata: «Il mondo delle iscrizioni accadico-caldeo-babilonese, i papiri ellenico-egizi, animato dalla convinzione che gli déi possano supportare, se propriamente invocati, il mago durante pratiche in cui questi interagisce con i demoni; fin dagli albori della loro esistenza, veniva percepito il pericolo che queste arti finissero in mano a praticanti di magia nera, benché la loro fama restasse in altri ambiti non solo rispettabile, ma elevata a eccelsa e sacra. Il cristianesimo rappresentò la svolta, anatemizzando la magia».
Infanticidio
Nessuno dotato di un briciolo di decenza nella sua comune accezione potrebbe provare qualcosa di diverso dalla più profonda condanna verso l’assassinio di bambini nel corso di orge cruente e oscene. Tuttavia, il Talmud ammette ciò, anche oggi: il trattato Sanhedrin, il supremo «raccoglitore» della legge criminologica ebraica, giustifica tale atto come donare il «seme di un individuo a Moloch».

Le condanne bibliche di «abomini» come il culto di Baal e di Moloch, dicono poco al lettore moderno, solitamente ignorante della demonologia, e della sfrenata, truculenta e lussuriosa perversione del paganesimo, né tali tematiche vengono affrontate dagli scrittori moderni in ambito biblico.

Profondamente ferrato nella conoscenza della Bibbia e della storia antica era lo scrittore francese Gustave Flaubert (1821-1880), che descrisse i sacrifici infantili offerti a Baal e a Moloch a Cartagine, fondata dai fenici. La città fenicia di Tiro, centro commerciale del mondo antico, era rinomata per i suoi riti colmi di ricorsi al lesbismo, alla sodomia, nonché al rogo di bambini. La sua distruzione totale e permanente, predetta da Ezechiele (cap. 11 e 27) si realizzò fino in fondo dopo la tratta di trentamila dei suoi più eminenti cittadini in schiavitù, nonché la costruzione di una strada lastricata con i frammenti delle mura e delle torri abbattute da Nabuccodonosor (605-562 a.C.).

Flaubert (che morì nel 1880) descrisse il terrore dei cartaginesi:

«Essi non avevano effettuato l’offerta annuale al Melkarth di Tiro […]. Gli dèi erano indignati con la repubblica ed erano senza dubbio sul punto di perseguire la propria vendetta […]. Tutto era debole al se paragonato a Moloch il Distruttore […]. Non vi era un tormento sufficientemente grande per questa divinità, dal momento che egli era soddisfatto da quelli la cui descrizione risultava la più orribile […]. Egli doveva essere totalmente soddisfatto; era credenza che un’immolazione per mezzo del fuoco avrebbe purificato Cartagine. La particolare ferocia di quelle genti le rendeva predisposte verso tali pratiche. Gli antichi si radunarono […] e quando il gran sacerdote di Moloch domandò ad essi il consenso di offrire i proprî figli […] tutti abbassarono mestamente il capo in segno di approvazione […]. Tale decreto si diffuse pressoché immediatamente in tutta Cartagine, e i lamenti risuonarono. I pianti delle donne poterono essere uditi ovunque, così come quelli dei mariti che le consolavano o si rivolgevano di rimando con rimostranze ancora maggiori […]. Quindi […] i sacerdoti di Moloch diedero inizio al proprio compito. Uomini vestiti di nero si presentarono alle case […]. I servi di Moloch dovettero quindi prelevare i bambini dalle famiglie. Altri stupidamente li consegnarono di persona. Essi vennero condotti al tempio di Tanith, dove le sacerdotesse dovevano offrire loro conforto e intrattenimento fino al solenne giorno […]. Parte del muro del tempio venne abbattuto in modo che il braciere del dio potesse essere svuotato senza che le ceneri sull’altare venissero toccate. Quindi, non appena il Sole fece la sua comparsa, le sacerdotesse si accalcarono nella piazza di Khamon. Il dio mosse all’indietro poggiato su cilindri; le sue spalle stridevano contro le mura e non appena esso fu visibile i cartaginesi presero il volo, poiché Baal poteva essere guardato solo durante l’esercizio della sua ira. Un profumo di spezie invase le strade. Tutti i templi vennero aperti simultaneamente, e da essi si riversarono tabernacoli montati su carri, grandi piume sventolarono ai loro angoli e raggi luminosi si rifransero sulle superfici d’oro e d’argento dei pinnacoli affusolati, che terminavano in sfere di cristallo, argento, oro e rame. Questi erano i simboli dei Canaatish Balim, emanazioni del supremo Baal. Nei padiglioni di Melkarth, che erano di fine porpora, veniva custodita una fiaccola a petrolio; su Khamon, che era color giacinto, venne innalzato un fallo d’avorio (il simbolo procreativo maschile che contraddistingueva i luoghi di culto e che fu bandito dalla Bibbia) circondato da un cerchio di gemme; dalle cupole di Eschmoun, che erano blu come l’etere, un pitone dormiente formava un cerchio con la sua coda […]. Quindi giunsero tutte le statue delle divinità inferiori: Baal Samin, dio dello spazio celeste, Baal Peor […]; Baal Zehoub […]; l’Irabel di Libia, l’Adrammelech di Caldea, il Kijun dei siriani; Decreto, strisciante sulle sue pinne, il cadavere di Tammuz (il dio del sesso, al quale il calendario delle sinagoghe talmudiche riserva tuttora un digiuno; N.d.A.) che vennero trascinati in mezzo al catafalco […] onde simboleggiare la sottomissione dei sovrani del firmamento al Sole ( l’attuale religione talmudica “omaggia il Sole” periodicamente; N.d.A.) […]. Stelle di metalli di diverso colore erano issate in cima a lunghi pali branditi dagli astanti; tutti presenziavano, dallo oscuro Nebo, il genio di Mercurio, allo sfuggente Rahab, che corrisponde alla costellazione del Coccodrillo. Gli Abbadir, pietre cadute dalla Luna (i giorni della Luna, propriamente rimodernati, sono ancora celebrati con cadenza mensile nelle sinagoghe con riti superstiziosi; N.d.A.) che venivano intrecciate in trame d’argento; piccole offerte di cibo recanti la forma femminile erano portati dai sacerdoti di Cerere; gli altri sacerdoti recavano i loro feticci e amuleti».

Gli idolatri ebrei dei tempi di Geremia usarono queste stesse «forme di cibo» di carattere sessuale, tant’è che egli compianse gli usi pagani di quel popolo i cui «figli raccolgono la legna, i padri accendono il fuoco e le donne impastano la farina per preparare focacce alla Regina del cielo» (Ger 7, 18) Ma quando essi dovettero fuggire in Egitto e Gerusalemme fu rasa al suolo per i loro abomini, come d’altronde era stato predetto, e Geremia rimproverò ad essi lo stesso culto della dea del sesso, essi gli replicarono che avrebbero fatto ciò che li appagava; poiché ebbero ricchezza finché mantennero tali usi mentre le disgrazie incombettero allorquando vi rinunciarono: «”Ma da quando abbiamo cessato di bruciare incenso alla Regina del cielo e di offrirle libagioni, abbiamo sofferto carestia di tutto e siamo stati sterminati dalla spada e dalla fame”. E le donne aggiunsero: “Quando noi donne bruciamo incenso alla Regina del cielo e le offriamo libagioni, forse che senza il consenso dei nostri mariti prepariamo per lei focacce con la sua immagine e le offriamo libagioni»? (Ger 44, 18-19). Così interrogato rispose allora Geremia che esse si trovavano in quella tragica condizione proprio in ragione di tali abomini.

Riguardo agli amuleti a cui si riferisce Flaubert, essi furono in uso fino ai giorni nostri dai pagani talmudisti che «si proclamano giudei» (Ap 2, 9).

Ma proseguiamo con la descrizione di Flaubert del sacrificio a Moloch: «La statua-braciere continuava ad avanzare verso la piazza di Khamon. I ricchi, recanti scettri con sfere di smeraldi […], gli antichi con diademi sulle loro teste […], eminenze della finanza, governatori di province, marinai e numerose schiere degli addetti ai funerali, tutti con le insegne delle loro maestranze o gli strumenti per le loro adunate, si facevano strada […]. Infine, Baal giunse esattamente al centro della piazza. I suoi sommi sacerdoti predisposero delle transenne per tener lontana la moltitudine […]. Vennero tracciati segni per delimitare la posizione dei vari ordini sacerdotali, nella loro policroma varietà di tratti distintivi, i negromanti interamente ricoperti di tatuaggi, i piangenti con le loro vesti pezzate […], gli Yidonim, che si mettono l’osso d’un defunto in bocca per prevedere il futuro. I sacerdoti di Cerere […] cantavano una tesmoforia nel dialetto megariano 37. Di tanto in tanto giungevano file di uomini, completamente nudi, che con le braccia allungate allo spasmo si tenevano l’un l’altro per le spalle[…], procedevano con versi gutturali e cavernosi; i loro occhi […] brillavano nella polvere mentre facevano oscillare i proprî corpi simultaneamente, con la medesima escursione, come fossero mossi da un unico movimento. Erano preda di una frenesia tale che per ristabilire l’ordine le sacerdotesse li colpirono con scudisciate costringendoli a sdraiarsi completamente bocconi al suolo, con le facce premute al selciato».

Fece quindi la sua comparsa un sacerdote del culto di Tanith, seppur non di buon grado, poiché la suddetta celebrazione era in onore del dio maschile del sesso, Moloch. Egli, «schahabarim […], dovendo alla dea la sua mutilazione […], non poteva prender parte al culto di Baal» 38. Mosè era a conoscenza di questi riti pagani e li denunciò nei seguenti termini: «Non entrerà nella comunità del Signore chi ha il membro contuso o mutilato» (Dt 23, 2).

Il fuoco arde per i bambini

Continua Flaubert:

«Nel frattempo, un falò di aloe, cedro e lauro ardeva tra le gambe del colosso. Le estremità delle sue lunghe ali si tuffavano nelle fiamme; gli unguenti dei quali esso era stato cosparso correvano come rivoli di sudore sugli arti incandescenti. Attorno al piedistallo sul quale poggiava i piedi, i bambini, avvolti in veli neri, formavano un circolo inerte […]. I ricchi, gli anziani, le donne e la moltitudine tutta si accalcò dietro i sacerdoti e sulle terrazze delle case. Le grandi stelle colorate smisero di roteare; i tabernacoli vennero poggiati al suolo; i fumi salivano perpendicolarmente al cielo dagli incensieri […]. Molti vennero meno; altri si pietrificarono nell’estasi. Un’angoscia infinita pervase le membra degli spettatori […]. Infine, il sommo sacerdote di Moloch passò la mano sinistra sul velo dei bambini, strappò una ciocca di capelli da ciascuna delle loro fronti e le gettò alle fiamme. Quindi, gli uomini avvolti nelle vesti rosse intonarono l’inno sacro: “Omaggio a te, Sole! Re delle due Zone, Creatore auto-generato” […]. Le loro voci erano sopraffatte dal trambusto degli strumenti atto a coprire i pianti delle vittime. Gli scheminith ad otto corde, i kinnor a dieci corde, i nebals che ne avevano dodici, risuonarono tutti. Enormi otri culminanti in pive emettevano uno squillante e prorompente muro sonoro; i tamburelli, percossi con tutto il vigore di cui i suonatori erano capaci, rintoccarono rapidi e possenti colpi; a dispetto della furia delle trombette, i salsalim sibilavano come le ali d’un calabrone. Le sacerdotesse, per mezzo d’un lungo gancio, aprirono i sette scompartimenti del ventre del Baal. Esse gettarono vivande nel più alto, due tortore nel secondo, una scimmia nel terzo, un montone nel quarto, una pecora nel quinto e siccome non era stato reperito un bue per il sesto vi venne gettata una pelliccia di colore castano. Il settimo rimaneva vuoto […]. Era giunto il momento di provare il funzionamento delle braccia della divinità. Sottili catene si tesero dalle dita alle spalle ricadendo all’indietro, dove gli addetti le tirarono fino a portare le mani all’altezza dei gomiti congiungendole al ventre; vennero quindi mosse assieme svariate volte con brevi e repentini scatti. Gli strumenti tacquero. Il fuoco ruggì. Un sacrificio individuale era necessario, un’oblazione perfettamente volontaria […]. Quindi, i sacerdoti, per incoraggiare la gente, trassero dalle proprie fasce dei punteruoli e si ferirono il volto 39. I devoti, che si spintonavano nello spazio antistante, vennero portati presso le transenne. Un mucchio di ferri della peggior risma fu lanciato a loro e ciascuno si scelse la propria tortura. Essi si scambiarono sputi sul petto; si incisero le guance […]. Quindi, si strinsero assieme per le braccia e circondarono i bambini in un ulteriore e largo cerchio che si allargava e restringeva ritmicamente. Essi raggiungevano le balaustre per poi rigettarsi all’indietro, ricominciando ogni volta da capo, attraendo a sé la folla con la frenesia del movimento e con il corollario di sangue e schiamazzi».

Il tripudio del sacrificio a Moloch

Continua Flaubert:

«Lentamente la gente affluiva verso lo sbocco dei passaggi; essi scaraventavano nelle fiamme perle, vasi d’oro, coppe, torce e tutte le proprie ricchezze; le offerte divenivano sempre più numerose e splendide. Infine, un uomo barcollante, una figura pallida e tremante di terrore, spinse avanti un bambino; quindi, una piccola sagoma scura fu vista tra le mani del colosso, per poi sprofondare nell’antro oscuro. I sacerdoti si inchinarono all’estremità del piedistallo e una nuovo inno risuonò […]. I bambini salivano lentamente, mentre il fumo scompariva in vortici ascensionali. Nessuno di essi si mosse; avevano caviglie e polsi legati e drappi neri a renderli irriconoscibili e per impedire al contempo di vedere […]. Le braccia del braciere lavorarono più in fretta, senza sosta. Ogni volta che un bimbo era posto su di esse, i sacerdoti di Moloch levavano le braccia verso il pargolo tacciandolo dei crimini commessi dal popolo, recitando:
“Non sono uomini ma buoi”! I devoti esclamavano: “Signore! Mangia”! E i sacerdoti di Proserpina interpretavano attraverso il terrore di Cartagine i suoi bisogni urlando la formula eleusina: “Scatena la pioggia! Donacene ancora”! Non appena le vittime raggiungevano il bordo dell’apertura, scomparivano sul piatto rosso incandescente come gocce d’acqua, mentre il fumo biancastro prendeva un colore scarlatto. Paradossalmente l’appetito dell’idolo era ancora lungi dall’essersi placato. Per potergli fornire un sempre maggiore apporto, le vittime venivano accatastate sulle sue mani e fissate con una grossa catena che le manteneva al proprio posto. Alcuni devoti espressero il desiderio di contarle per verificare se il loro numero corrispondesse ai giorni dell’anno solare, ma l’afflusso continuo di nuove vittime rendeva questa operazione realmente proibitiva. Questo durò per un lungo periodo fino a sera. Gli scomparti interni assunsero quindi una forte tinta scura e carne ardente divenne visibile. Alcuni credettero persino di riconoscere capelli, membra o corpi interi. Giunse la notte: nubi si accumularono sopra la statua di Baal. La pila funebre, ormai priva di fiamma, formò una piramide di braci fino alle ginocchia; completamente rosso, il colosso sembrava così un gigante ricoperto interamente di sangue, con la testa riversa all’indietro che somigliava ad un tentativo di sottrarsi al peso della sua intossicazione. Proporzionalmente all’accrescersi della fretta dei sacerdoti, crebbe anche la foga delle persone, alcune delle quali invocavano pietà per il numero, ormai in via di esaurimento, delle vittime rimaste; altri insistevano invece con la necessità di procurarne delle altre. Le mura sembravano cedere sotto il peso della gente con i proprî ululati di terrore e di voluttà mistica. Quindi, i fedeli si riversarono nei passaggi, recando i proprî figli che vi si aggrappavano addosso; quindi, essi li batterono per vincerne la resistenza e consegnarli agli uomini in rosso. I suonatori di tanto in tanto si fermavano vinti dalla stanchezza, mentre le grida delle vittime divenivano udibili assieme allo sfrigolio del grasso gettato sui carboni. I bevitori di Henbano si rotolavano ai bordi del piedistallo, ruggendo come tigri; gli Yidonim vaticinavano, i devoti cantavano con labbra socchiuse; le transenne erano ormai sfasciate. Tutti volevano prendere parte al sacrificio. I padri, i cui figli avevano già arso in precedenza, gettarono le proprie effigia, i proprî beni di lusso e le proprie ossa conservate nel fuoco. Alcuni armati di coltelli si riversarono sul resto. Si massacrarono a vicenda 40. Le sacerdotesse raccolsero le ceneri riversatesi ai bordi del piedistallo in contenitori bronzei e le scaraventarono al cielo, cosicché il frutto del sacrificio si spargesse per la città fino alla regione celeste. L’intenso bagliore e il gran frastuono attirò i barbari 41 ai piedi delle mura; si aggrapparono alla carcassa della torre d’assedio per dare meglio un’occhiata e rimasero a fissare lo spettacolo inebetiti dall’orrore» 42.

LaCroix su Moloch

Riguardo questi stessi rituali, Paul LaCroix (1806-1884) afferma:

«Moloch era rappresentato sotto forma d’un uomo con la testa di vitello […] eretto su di un’immensa fornace, la quale veniva accesa per consumare simultaneamente i sette tipi di offerta. Durante questo olocausto, i sacerdoti di Moloch mantenevano in esecuzione un’orribile musica eseguita da sistri e tamburi con lo scopo di confondere le grida delle vittime. Quindi aveva luogo quell’infamia maledetta dal Dio d’Israele: i devoti di Moloch si abbandonavano a pratiche degne della terra di Onan (masturbazione) agitandosi verso la statua incandescente che appariva rossa attraverso il fumo; si profondevano quindi in lamenti frenetici mentre, secondo l’espressione biblica, donavano il proprio seme a Moloch» 43.

L’ebraismo consente sacrifici di bambini a Moloch

Tutta la Bibbia è piena di condanne contro le sanguinose pratiche della demonologia pagana, inclusi il culto di Baal – con l’autolesionismo per mezzo di lame – e il culto di Moloch con i sacrifici infantili. Entrambi sono condonati o permessi dal moderno Talmud babilonese.

Ogni forma di paganesimo arcaico condannato dalla Bibbia può essere rinvenuto sotto i «sepolcri imbiancati» del cosiddetto «giudaismo», che altro non è che paganesimo farisaico.

I «paladini della cristianità» farebbero meglio ad aggiornarsi su ciò che la Bibbia condanna, scovando queste pratiche pagane omicide che non sono scomparse né dalla Terra, né dalle «sinagoghe di Satana».

Bruciare bambini è permesso ancora oggi dalla suprema autorità della cosiddetta religione «giudaica», rappresentata dal Talmud babilonese, e in particolare dal trattato talmudico Sanhedrin 64a64b. Si tenga presente che tale trattato è, secondo l’introduzione della traduzione inglese di Soncino del Talmud del 1935 (pag. xi), «la principale raccolta della legge penale del Talmud».

Per giustificare i sacrifici infantili a Moloch, il Talmud cita ancora una volta le Sacre Scritture, che condannano fermamente tali pratiche, e ancora una volta ne rovescia diametralmente il seppur esplicito significato con cavilli o «eccezioni» interpretative atte a giustificare tali sacrifici.

Così, come disse anche Cristo ai farisei: «Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”» (Mt 15, 7). Cristo si riferiva ad Is 29, 13. Il profeta Isaia era ben al corrente dell’uso distorto che, allo scopo di distruggerla, questo specie di satanisti facevano della stessa Bibbia.

La Mishna del Sanhedrin cerca di smontare le chiare direttive di Mosè contrarie al rogo o all’infanticidio in sacrificio a Moloch:

1) Consegnando i bambini a Moloch;
2) Causandone il rogo.

Ma si noti l’«esplicazione» della Mishna talmudica che asserisce: «Colui che dona il proprio seme a Moloch non incorre in alcuna punizione, a meno che non lo consegni a Moloch (1) e lo faccia passare attraverso il fuoco (2). Se questo è stato consegnato a Moloch senza farlo passare per il fuoco o viceversa (facendolo passare per il fuoco senza donarlo a Moloch; N.d.A.) egli non incorre in alcuna punizione, a meno che non faccia entrambe le cose».

A questo punto, importa davvero se un bambino innocente è stato bruciato nel fuoco ed è stato anche “offerto a Moloch” se il suo omicidio viene condonato nel caso l’ultima condizione venga esclusa?

In una nota a margine della Mishna dello stesso Talmud, viene «spiegato»:

«(5) Come due distinte offese, a riprova del fatto che donare il proprio seme a Moloch non costituisce idolatria».

Che folle idolatria!

La stessa sezione del Talmud capovolge l’asserzione della Mishna «a meno che non lo consegni a Moloch», rendendola «non incorre in punizioni a meno che non consegni il suo seme agli accoliti di Moloch». Così, se uno consegna i proprî figli a Moloch per sacrificarli passandoli per il fuoco, non incorre in punizioni.

Un’ulteriore nota «esplicativa» aggiunge: «Egli spiega che questo è il senso della Mishna a meno che non lo offra a Moloch (5). Questo prova che l’offesa consta di due parti: (1) formale consegna ai sacerdoti, e (2) far passare il seme per il fuoco».

La stessa sezione del Talmud contiene la ripetitiva precisazione: «Il servizio a Moloch […] non è incluso nell’idolatria generale» (rovesciando la condanna biblica della pratica di idolatria!). Nel Libro del Levitico si afferma: «Il Signore disse ancora a Mosè: “Dirai agli israeliti: “Chiunque tra gli israeliti o tra i forestieri che soggiornano in Israele darà qualcuno dei suoi figli a Moloch, dovrà essere messo a morte”» (Lv 20, 2).

Riguardo tale proibizione biblica, il Talmud rappresenta un capolavoro di satanismo affermando: «Se uno ha causato il passaggio sul fuoco per Moloch di tutto il proprio seme egli è esente dalla condanna, perché è scritto “del tuo seme” e non “di tutto il tuo seme”». Nella nota a margine n° 4, la fonte citata come autorità su tale affermazione è il passo del Levitico sopra menzionato. Ciò allo scopo di annichilire la Parola di Dio, rovesciandone il senso e citandola al contempo come autorità, per permettere il sacrificio di un bambino in onore di Moloch! Non si può ritenere che ciò avvenga per ignoranza della Parola di Dio, chiaramente citata; pertanto, non si tratta che di pura blasfemia.

PARTE SECONDA

IL GIUDAISMO NON E’ MONOTEISTICO

Per una moltitudine di cristiani, l’ebraismo è una religione monoteistica, basata sulla fede in un Essere Supremo, in aderenza all’Antico Testamento, in attesa della venuta del Messia. In realtà non è così.

L’esprimersi con un perennemente celato doppio significato è prerogativa dell’ebraismo talmudico, chiamato da Cristo «sinagoga di Satana» (Ap 2, 9; 3, 9). I talmudisti dichiarano piamente la loro devozione al «puro monoteismo», all’«unità di Dio», rinnegando altresì la fede nella Sua Incarnazione in Gesù Cristo, Suo Figlio, col tacito consenso dei cristiani.

L’unità di Dio alla quale essi alludono è quella del concetto panteistico «En Sof», una massa acefala, priva di un «artefice principale». Questa è «l’unità della natura» nella quale i pagani credettero. In ogni forma di evocazione spiritica e di autodeificazione dell’uomo, è riposto il credo talmudico, una religione nondimeno politeistica. Pur subdolamente, i politeisti ebrei manifestano il proprio credo. Noi tuttavia non li capiamo.

Si considerino le nuove forme d’eresia, le cosiddette «nuove» religioni, che indurrebbero i cristiani a credere erroneamente in evoluzioni di correnti preesistenti; riferimenti ai concetti in esse presenti ritrovano ampio riscontro nel talmudismo e nel suo compendio di paganesimo veterotestamentario. La Cabala ebraica e la sua negazione del male, nonché la sua deificazione dell’uomo, costituisce il libro ispiratore, pur rimanendo occulta alle masse, delle varie forme di «religione moderna».

Nella Jewish Encyclopedia, in brani concernenti i farisei, rinveniamo la menzione dell’eliminazione dalla Bibbia della figura del Dio «antropomorfico», quindi anche intelligente, che «essi (i farisei) operarono […] servendosi del Ma’aseh Bereshit e del Ma’aseh Mercabah 44 non solo per integrare la conoscenza biblica, ma per epurarla dall’antropomorfismo divino e da altre sgradevoli prolissità relative alla divinità 45, sostituendole con potenze angeliche e d’intermediazione» 46.

In altre parole, l’ancestrale massa di spirito o sostanza di cui l’Universo sarebbe composto, il dio dei Pagani chiamato panteismo, lasciò che gli uomini invocassero gli spiriti o «dèi» di ogni fase della natura. Il «supremo» Sanhedrin 67b del Talmud proclama la capacità dei rabbini di creare vitelli tramite lo «studio delle leggi della creazione, per mezzo delle quali essi crearono un vitello terzogenito e se ne cibarono». Se tale pratica dovesse fallire, il Sefer Yetzirah (il «Libro della Creazione») rimedierebbe comunque all’imprevisto! E di quali altri miracoli essi sarebbero capaci! Gli stessi «savi» vengono rappresentati come divinità.

Ciò è menzionato nel Talmud (Sanhedrin 65b), per il quale «il Rabbah creò un uomo», ed è seguito da una lunga nota a piè pagina sull’uso del Sefer Yetzirah, una parte della tradizione talmudica di derivazione babilonese e collegata ad altre forme di occultismo. Altri riferimenti al Sanhedrin 67b recano menzione di rituali magici in cui ancora una volta i rabbini avrebbero creato un vitello per poi cibarsene. A seguito di ciò, si narra della trasformazione di una donna in un somaro 47.

La creazione dei caratteri ebraici derivò dalla capacità di ascrivere poteri divini ad oggetti asinini, onde privare Dio dello scranno di Creatore per insediarvi l’uomo. Questa più recente pratica pare sia di natura pitagorica. Ritroviamo che «nel formulare un’incantesimo, generalmente si espettora», e che «i serpenti possono essere incantati durante lo Sabbath» 48. La minaccia di Shabriri (un «demone della cecità») è esorcizzata ripetendo il nome di questi, elidendo una lettera ad ogni ripetizione, cosicché il demone strisci via col dissolversi del proprio nome recando con sé la cecità della quale affligge 49. La «cura» tramite la formula Abracadabra è menzionata nella Jewish Encyclopedia.

Il Tetragramma (Y-H-W-H), le lettere della parola Yahwéh (l’ebraico manca di vocali), è riservato all’invocazione degli spiriti, e ogni suo uso non autorizzato costituisce peccato. In una delle tante pubblicazioni ebraiche – la California Jewish Voice – la parola «God» («Dio») è scritta «G-d» per la medesima ragione. «Il Tetragramma, l’acronimo di Dio, era pronunciato pienamente solo dai sacerdoti del Tempio […]. In qualsiasi altro posto veniva pronunciato “Adonai”». Ciò si riferisce al tempo in cui i farisei erano in ascesa a Gerusalemme, dopo la seconda ricostruzione del Tempio 50.

L’aver usato questa parola fu uno dei «crimini» imputati a Gesù Cristo 51. Sulla base di ciò, Gesù venne tacciato di blasfemia nei confronti di questo ripugnante uso farisaico.

Nel giudaismo, Ba’al Shem («Maestro del Nome») è il mago che usa il nome di Dio per attrarre l’attenzione dei demoni, e la sètta ebraica dei chassidici (detti anche hassidici) si fondò su questa sorta di demonologia. Yisrael Ba’al Shem Tob (1698-1760) fu elogiato da rabbi Louis Finklestein (1895-1991) nella sua opera The Pharisee («I farisei»).

L’uso di amuleti per scacciare Lilith, la diavolessa del parto e della notte, che raccoglie il «seme dell’uomo» per generare demoni, è parte dell’attuale demonologia farisaica. Tramite questi strattagemmi demoniaci, è possibile indurre «terrore aleggiante sul mondo […], scagliare al massacro reciproco i proprî nemici […], causare la morte di chiunque». Tutta questa parte della Cabala, o demonologia farisaica che dir si voglia, è chiamata «l’arte dell’impiego della conoscenza del mondo occulto per perseguire i proprî propositi […] attraverso la quale ci si può rendere maestri della creazione» 52.

La blasfemia legittimata

Non contento di ingiuriare o di bestemmiare la Parola di Dio, il Talmud insegna il seguente sotterfugio per poter bestemmiare il Nome Divino: “La bestemmia è un’offesa indicibile solo se è diretta mentalmente contro Dio. Se, tuttavia, si ingiuria il Nome di Dio, mentre lo si impiega mentalmente per indicare un altro soggetto, non si viene puniti! 53.

Gli ebrei sono il Messia

Il gentile sprovveduto è portato a credere che gli adepti dell’ebraismo siano semplicemente fedeli all’Antico Testamento, ancora in attesa del Messia promesso. Tuttavia, nel giudaismo talmudico il Messia è già qui, trattandosi dello stesso popolo ebraico.

Ad esempio, nel Talmud si legge: «Il Messia è, senza metafore, il popolo ebraico» 54.

La Cabala ebraica

L’esistenza di un mondo spirituale e di entità malefiche è menzionata in tutta la Bibbia. Cristo esorcizzò numerosi posseduti da spiriti maligni. Ciò nonostante, vi è una rigida ed irremovibile regola: bisogna letteralmente lasciarli stare, senza invocarli o comunicare con loro. È ovvio che entità spirituali possano facilmente ingannare i limitati poteri dell’uomo.

«Non avrai altro Dio all’infuori di me», recita il Primo Comandamento. Dio disse a Mosé: «Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai» (Es 20, 3).

Laddove la Bibbia rappresenta Dio come l’Intelligenza Suprema, Creatore e Signore, i concetti pagani e atei dell’ebraismo professano il panteismo. In altre parole, c’è una grande essenza naturale, al di fuori della quale le vite individuali errano ciecamente senza direzione. Il «pan» (la natura) «teismo» (relativo al divino) afferma che la somma della natura è Dio. L’uomo diventa l’onnipotente «dio» luciferino.

È predetto in varie profezie bibliche che l’Anticristo incarnerà tale concetto 55.

La Universal Jewish Encyclopedia (del 1943), alla voce «Cabala», riporta:

«Nonostante la Palestina costituisse il luogo di nascita del misticismo ebraico, il luogo in cui la Cabala fu concepita e ottenne maggior importanza fu Babilonia». Essa inoltre afferma: «Le speculazioni mistiche del Talmud e il sistema della Cabala sono un’unica entità che ha origine nel primo e si completa nella seconda».

La Cabala ebraica comprende una vasta letteratura sulla magia e sullo spiritismo basati sul semplice panteismo. «Ad Aaron ben Samuel fu attribuito il merito di aver importato in Italia questa misteriosa dottrina da Babilonia, circa a metà del IX secolo; da qui, essa si diffuse in quasi tutti gli altri Paesi cristiani d’Europa» 56. La Cabala, altrimenti detta Kabbalàh, significa «tradizione», quella propria del paganesimo di Babilonia, degli egizi e di altri filosofi pagani, compendiata nella religione ebraica.

Hassidismo cabalistico

Il ramo hassidico dell’ebraismo è specializzato nella Cabala. Ci viene riferito che, nella seconda metà del XIX secolo, circa metà di tutti gli ebrei erano cabalisti.

Il termine «hasidismo», così come tanti altri termini talmudici, possiede diverse dizioni: «chassidismo», con la «c» e la doppia «s», e «hassidismo», con la «h» e la doppia «s». Entrambe le edizioni della Jewish Encyclopedia (del 1905 e 1943) usano tuttavia la prima delle due dizioni.

Hassidismo è la denominazione di un movimento religioso «che si affermò su quasi metà delle masse di ebrei». Il suo principale promotore fu Israel Ba’al Shem Tob (abbreviato in Besht). Nacquero dinastie a titolo ereditario di capi hassidici, taumaturghi, veggenti, medium e guaritori che impiegarono l’ubriachezza, il canto e la danza per creare stati di «estasi». Il male veniva giustificato se impiegato come catarsi.

Gershom Scholem (1897-1982), capo del Dipartimento di Misticismo Ebraico della Hebrew University della Palestina, nel suo libro di conferenze 57 tenute nel Jewish Institute of Religion di New York, del comunisteggiante rabbi Stephen Wise (1862-1949), elogia Ba’al Shem Tob, l’«evangelizzatore» dell’hassidismo del XVIII secolo; così fece pure rabbi Louis Finkelstein, direttore del Jewish Theological Seminary of America, nella summenzionata opera The Pharisee.

Scholem definisce Ba’al Shem Tob «un vero Ba’al Shem, meritatamente […] un maestro del cabalismo pratico e un mago» 58. Egli conclude il libro affermando che il misticismo ebraico deve ancora giocare il suo ruolo più importante. Questo passo coincide sicuramente con i riferimenti biblici ai prodigi operati dall’Anticristo su ordine di Satana 59.

La Universal Jewish Encyclopedia, alla voce «Hassidismo», afferma che esso «non ha portato nessuna novità religiosa nella religione ebraica» 60.

Ecco un’altra citazione dalla Jewish Encyclopedia del 1905:

«Gli insegnamenti dell’hassidismo […] si fondano su due concezioni teoriche: 1. Il panteismo religioso […]; 2. L’idea di una comunione fra Dio e l’uomo […] che fu estrapolata dalla Cabala […], secondo la quale non solo la Divinità esercita un’influenza sugli atti umani, ma che anche l’uomo esercita un’influenza sulla volontà e i sentimenti della Divinità. Ciascun atto o parola dell’uomo producono una relativa vibrazione delle sfere celesti. Da questa concezione deriva il fondamentale principio pratico dell’hassidismo, la comunione con Dio col proposito di unificarsi con la fonte della vita onde influenzarla».

Il panteismo è il più antico tra i concetti pagani che designa Dio come il compendio della natura. La somma della totalità della natura in «dio» conferisce all’uomo conoscitore di taluni segreti la capacità di governare il “tutto”.

Nell’hassidismo ebraico, «Ba’al Shem», o «Maestro del Nome», viene chiamato il santo o Zaddik che, secondo la Universal Jewish Encyclopedia, «impera tramite il possesso del più vasto numero possibile di […] “scintille” di emanazione divina […]. Egli siede allo stesso livello di Mosè e dei Profeti, e parla non solo con l’autorità della Toràh, ma possiede anche la possibilità di modificarla o di abrogarla. Gli hassidici devono vivere sottomessi allo Zaddik, arrendersi a lui con amore e fiducia, recargli doni, esaudire qualsiasi suo desiderio e non interrogarsi sulla sua condotta anche quando questa paia discostarsi dalla norma comune».

La Cabala e Dio

La Cabala costituisce le membra e il sangue dell’ebraismo talmudico, che è esso stesso paganesimo dal principio alla fine. Esso utilizza a mo’ di «sepolcro imbiancato» l’Antico Testamento per nascondere la negazione di ogni legge morale, esortando ogni forma di pratica occulta e demoniaca: quelle pratiche che proprio nelle Sacre Scritture vetero-testamentarie erano esecrate come abomini.

La Cabala possiede due aspetti: uno teorico, e uno pratico o teurgico (la realizzazione dei miracoli). Il «Dio» della Cabala è l’«En Sof», lo sconosciuto e imperscrutabile mare della mente o materia dalla quale emergerebbe ogni creazione. «La dottrina dell’En Sof – dice la Jewish Encyclopedia – è il punto di partenza di tutte le speculazioni cabalistiche. Dio è l’essere infinito e illimitato al quale nessuno e nulla può avere il diritto di associare qualsiasi attributo» 61.

Mosè Maimonide (1138-1204), detto anche Rambam, perno del talmudismo medievale, «contribuì alla dottrina cabalistica dell’En Sof prescrivendo l’impossibilità di ascrivere attributi a Dio, a meno che non si tratti di attributi di natura pitagorica» 62. Pitagora (575-490 a.C.) era un mago pagano che costruì una dittatura per mezzo della creazione di una cortina di ferro, e che attribuì potere creativo a lettere e numeri proprio come la Cabala.

Le «dieci intelligenze» del pagano Aristotele (384-322 a.C.), ossia il Sole, la Luna e i sette pianeti, ciascuno governato da uno Spirito Sovrano che regge il funzionamento dell’Universo secondo complicate carte astrologiche del tempo, coincidono biunivocamente con i «dieci Sefirot» della Cabala teorica. Tre triadi, genitore maschile e femminile e la loro progenie, con l’aggiunta del tutto o En Sof, formano un disegno rappresentante ogni condizione della vita e ogni qualità, dalla A alla Z. Il sesso costituisce il Re e la Regina glorificati. L’anima trasmigrerebbe attorno ad essi e di nuovo verso la sconosciuta e imperscrutabile fonte, l’En Sof, in una condizione di Nirvana, o annullamento, come nell’induismo.

«I mistici dell’ebraismo descrissero un amore per Dio da parte dell’uomo di grado elevatissimo e sotto una forma sensibile che attinge direttamente dalla vita materiale» 63. «Ad essa strettamente connessa […] è la dottrina della trasmigrazione dell’anima, nella quale la Cabala profuse grande impegno» 64.

Vi sono «dieci classi di angeli, alla presidenza dei cui capi siede Metatron, che fu mutato in fuoco» 64. Metatron è l’Entità Spirituale Sovrana di questo universo e dell’ebraismo talmudico, collegato al dio Sole (da altri chiamato Mithra).

I dieci Sefirot, o intelligenze della Cabala, sono designati come entità maschili e femminili della procreazione: «Kether», o «Corona», o «Io sono», emana il «potere virile o mascolino», da cui «il potere passivo o femminile […] nell’unione con il potere virile […] si riproduceva»; cosicché i Sefirot maschili e femminili si rigenerano: «Perciò, ogni triade è dotata di forza, controforza e del proprio legame connettivo: letteralmente, agenti passivo e attivo e la loro combinazione» 65. «Essi erano tutti combinati nel “Adam Kadmon” (l’Uomo Primordiale)» 66.
Nell’opera The Kabbalah 67, oggetto di ulteriore approfondimento da parte di Isaac Ginzburg, viene esposta la dottrina fondamentale della Cabala: «Dio è illimitato nella sua natura. Egli non ha né volontà, né intenzione, né desiderio, né pensiero, né pulsione, né azione» 69. Di seguito: «Egli (Dio) non può essere afferrato o rappresentato; per questa ragione è denominato “En Sof”, come se in un certo senso egli non esistesse» 70. Segue la descrizione delle emanazioni autogene, i «Dieci Sefirot» e «i diversi mondi che si sono evoluti gradualmente e in successione. Questi mondi in evoluzione sono la splendente e manifesta immagine dei proprî progenitori, i Sefirot, che reggono tutto quanto». I Sefirot creano le anime e le anime devono risalire alla fonte «dalla quale sono state emanate […]. Allora, la creatura non sarà distinta dal Creatore» 71. Continua la descrizione: «L’anima governerà l’Universo: essa comanderà, e Dio le obbedirà» (pagg. 145-146). Considerando la distinzione fra bramini e intoccabili nelle caste dell’induismo, e le differenze proprie del talmudismo fra i gentili – che non godono dello status di essere umano, siano essi vivi o morti – e gli ebrei, considerati invece «umani», sarà facile definire i ruoli tra chi dovrebbe governare e chi invece obbedire, in una visione di Dio ridotto ad una massa indefinita, mera essenza e fonte dalla quale l’uomo attinge e plasma a suo piacimento.

Ecco il monoteismo ebraico!

Cabala teorica

Due qualità dominano la Cabala teorica ebraica. Ogni attributo di intelligenza, conoscenza, amore o controllo è sottratto al Dio biblico e ridistribuito fra le entità spirituali, che, come nel paganesimo, erano invocati come «altri dèi», così sovente deprecati dai Profeti. Quest’atto di alienare Dio dalla Sua intelligenza riducendolo a massa di «essenza autoinfusa» – l’En Sof – altro non è che panteismo (il compendio della natura come “Dio”, senza alcun Essere supremo).

Denominato «emanazione» dalla Cabala ebraica, «immanenza» dal talmudista Baruch Spinoza, o «la vera dimensione dell’ideale ugualmente definita sia dalla Cabala che da Hegel» 72, o «materialismo dialettico» da Marx, il sunto è lo stesso vecchio concetto ateistico della natura in attesa di essere dominata dall’essere umano. Il dio luciferino è sempre l’uomo.

La grande eresia dello gnosticismo, che quasi spazzò via il cristianesimo dalla Terra nei primi secoli, è – per ammissione – cabalistica. E l’idea gnostica e cabalistica dell’inesistenza del male rivive oggi nella Christian Science («Scienza Cristiana») 73, che non ha nulla né di cristiano né scientifico, ma in compenso costituisce un grande polo d’attrazione per centinaia di ebrei che, come espressamente riportato dalla Universal Jewish Encyclopedia, possono essere christian scientists senza dover rinnegate il loro talmudismo. Sempre la stessa opera afferma: «Così come il divino possiede una reale essenza, il male è ciò che non possiede essenza, l’irreale o entità apparentemente reale» 74. Ancora: «Il male, secondo la filosofia cabalistica, è inesistente, anticipando così la Christian Science» 75.

Cabala pratica

I cabalisti ebrei utilizzano qualsiasi espediente per detronizzare Dio ed insediare al suo posto l’anima dell’individuo. «Dissociazione, negromanzia, esorcismo […], bibliomanzia e misticismo dei numeri e delle lettere furono organizzati in sistemi completi. Da qui deriva la dottrina cabalistica dell’alfabeto celeste, i cui caratteri sono le costellazioni e le stelle. Perciò, l’Astrologia fu legittimata, la bibliomanzia trovò la sua giustificazione nel postulato che le sacre lettere ebraiche non sono una semplice rappresentazione delle cose, bensì catalizzatori di poteri divini per mezzo dei quali la natura può essere sottomessa (dall’uomo)» 76.

Ma la pratica cruenta del tracciare cerchi per circoscrivere lo spazio agli spiriti, di cavare gli occhi ai galli, di scuoiare gli agnelli gettandone il sangue tutt’intorno al fine di eseguire strani incantesimi atti a richiamare gli spettri dei defunti, come vietato dalle Sacre Scritture, vengono celati come parte di una tradizione «esoterica» e segreta, affidata alla custodia dei cosiddetti Ba’al Shem ebraici.

Trasmigrazione delle anime

La reincarnazione o trasmigrazione delle anime è una dottrina comune nella Cabala. Alla voce «Trasmigrazione delle anime», la Jewish Encyclopedia dichiara che se fallisce nell’intento di «lavare» un demone dalle mani, l’uomo può trasformarsi in un fiume. Tale teoria è causa di grande degrado nell’induismo. Nella Cabala, ogni anima corrisponde ad un dato particolare anatomico dell’Universo dell’Adam Kadmon, alcuni dei quali sarebbero organi «inferiori», e altri organi «superiori». Il dibbuk, o spirito da cui si è posseduti, può essere espulso unicamente da un taumaturgo Ba’al Shem, come è stato menzionato di recente (1955) dalla letteratura ebraica quando uno di essi fu presuntamente visto durante l’abbandono del corpo che, sotto coercizione, lo ospitava. Tutta la stampa ebraica riportò l’evento.

Un recente documentario ha illustrato un rituale induista nel quale – vista orribile – una capra veniva dissanguata tramite una pugnalata. Il rituale era collegato a Kali, «la dea indù. Essa era presentata come una donna di colore con quattro braccia, una collana di teschi al collo e mani di giganti massacrati come perizoma. Le sue palpebre e i suoi seni appaiono grondanti il sangue dei mostri che essa ha ucciso e divorato. Una delle mani regge una spada, un’altra una testa umana mozzata. Essa è la dea della morte e della distruzione; capre e altri animali le sono sacrificati sugli altari ad essa dedicati. Negli antichi testi indù venivano esaltati i sacrifici umani a questa dea sanguinaria. La sua adorazione è presumibilmente caratterizzata da rivoltanti rituali segreti» 77. Per quanto concerne il sesso, lo squallore, il maltrattamento degradante delle ragazzine e delle donne di basso rango sociale, e ovviamente la suddivisione in caste, l’ebraismo e l’induismo sono strettamente assimilabili. Se l’appagamento sacrificale degli spiriti è tenuto segreto nel giudaismo e manifesto nell’induismo, il sistema delle caste, che nell’induismo raggiunge con le sottocaste le duemila unità, è molto più semplificato nel giudaismo, nel quale ne compaiono solo due: gli umani e gli animali, ossia gli «ebrei» e i «non ebrei», i «bramini» o semidivini ebrei, e gli «intoccabili» (perché impuri) non ebrei.

Lo Zohar, testo principale della Cabala

Lo Zohar («Libro dello Splendore») è stato tradotto in diversi e consistenti tomi. Esso è molto più pornografico, se possibile, del Talmud stesso.

Lo Zohar è un testo attendibile. Come il Talmud, esso persegue l’annullamento di tutti i significati letterali della Bibbia. Ciò si realizza in esso per mezzo dell’allegoria. Se i «savi» del Talmud forniscono sempre lo schermo di valore «sublime» al proprio rovesciamento del codice morale biblico, lo Zohar è più subdolamente fuorviante, riducendo l’esistenza a puro naturalismo tramite la propria trasposizione in linguaggio sessuale, al fine di deificare l’uomo. Basata su metodi cabalistici, la principale dottrina dello gnosticismo era «l’armonizzazione» degli opposti detta «sincretismo». Per mezzo di essa, il nero può essere benissimo rappresentato come bianco. Che Lucifero si manifesti sempre come un angelo di luce è realtà biblica: «Ciò non fà meraviglia, perché anche Satana si maschera da angelo di luce. Non è perciò gran cosa se anche i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia; ma la loro fine sarà secondo le loro opere» (2 Cor 11, 14-15). La Cabala ha gettato le basi dello gnosticismo che ritrova oggi espressione in organizzazioni come la National Conference of Christians and Jews («Conferenza Nazionale degli Ebrei e dei Cristiani»), che inganna l’ignaro pubblico circa la possibilità di una «fratellanza tra Cristo e l’Anticristo».

«Lo Zohar, testo preminente della Cabala», compare al principio della relativa sezione della Universal Jewish Encyclopedia che asserisce: «Le comunità cabalistiche innalzarono lo Zohar allo stesso rango […] sul quale veniva posto […] il Talmud […]. La lettura di tale testo veniva considerato un dovere spirituale dagli hassidici e dagli ebrei orientali, e alcune sue parti avevano applicazione nella liturgia […]. Gli insegnamenti dello Zohar costituiscono praticamente una combinazione di tutti gli elementi dell’antica Cabala: le dottrine dell’Uomo Primordiale (Adam Kadmon), dei Sefirot, della Creazione e della Mercabah […], il misticismo delle lettere e dei numeri con particolare riferimento ai nomi di Dio».

La Jewish Encyclopedia del 1905 afferma riguardo allo Zohar: «Esso contiene una completa teosofia cabalistica», definendolo «non opera di un singolo autore», nel sottotitolo del quale è menzionata la stretta connessione con l’induismo: «è necessario accertare dove e quando gli ebrei familiarizzarono intimamente con la filosofia induista, la quale più di ogni altra corrente esercitò un’influenza sullo Zohar», ponendo nelle successive pagine ulteriore enfasi a tale similarità. Il sufismo musulmano formulò anch’esso simili dottrine: «Tutte queste sètte possedevano degli scritti sacri che mantenevano in segreto, e tali scritti costituirono probabilmente il nucleo dello Zohar». Una sezione del libro è descritta come «l’interpretazione mistica delle Scritture per mezzo della […] Gematria […], la dottrina della metempsicosi […], e l’importanza del lavaggio delle mani […]. Lo Zohar si profonde in ripetuti sforzi nell’imprimere nella mente del lettore il concetto che la narrazione e i precetti della Bibbia contengono verità più elevate del proprio significato letterale».

Secondo la Jewish Encyclopedia, lo Zohar nella sua stesura più recente (posteriore al XIII secolo) «si diffuse tra gli ebrei con grande velocità […] e numerosi rappresentanti dell’ebraismo talmudico iniziarono a considerarlo un testo sacro invocandone l’autorità in decisioni concernenti alcune questioni rituali».

«Glorificazione dell’Uomo»

La stessa Jewish Encyclopedia riporta che gli ebrei «erano attratti dalla glorificazione dell’uomo e dalla dottrina della sua immortalità […] presenti nello Zohar, che esso dichiarò signore del creato. Difatti, secondo lo Zohar […], l’uomo influenza il mondo ideale dei Sefirot […], e nonostante i Sefirot attingano unicamente all’En Sof, quest’ultimo è dipendente dall’uomo». Come precedentemente precisato, l’En Sof è la massa chiamata «Dio», un’essenza autoinfusa priva di intelligenza, sconosciuta e imperscrutabile.

La teoria darwinista dell’evoluzione, così come la teoria dell’immanenza di Spinoza, entrambe riconducibili al panteismo, sono simili trasposizioni in chiave moderna delle idee cabalistiche.

La Universal Jewish Encyclopedia chiarisce inoltre che quando numerosi teologi e filosofi presero a chiamare le teorie dello Spinoza con il loro nome legittimo – ateismo – i suoi stessi insegnanti di Cabala, che erano anche membri del Beth Din (il tribunale della legge talmudica) si affrettarono a scomunicarlo per evitare l’ulteriore insorgere di ostilità alla già impopolare comunità ebraica. Ciò nonostante, proprio da tale momento egli conquistò il titolo di «Spinoza il Benedetto». Ciò gli derivò unicamente dall’aver dato voce alla Cabala, la reale culla della fondamentalmente ateistica religione «ebraica» (in realtà babilonese). Karl Marx, egli stesso figlio di un rabbino ebreo, conferì all’En Sof una denominazione ancor più subdolamente criptica – «materialismo dialettico-storico» – mentre il cosiddetto trionfo della rivoluzione marxista alimentata dall’ebraismo fungeva da corona alla folle teoria del salto della vita da germe a pesce, da mammifero a scimmia, e quindi da primate a uomo.

La procreazione e «Dio»

Riferisce la Jewish Encyclopedia: «Elementi dello Zohar […] serpeggiavano nella liturgia del XVI e del XVII secolo […], le cui caratteristiche salienti erano costituite dalla rappresentazione dei più elevati pensieri umani tramite emblemi dell’umanità e passioni umane, nonché dell’uso di una terminologia erotica nel rappresentare le relazioni tra uomo e Dio, una religione equiparata all’amore […]. Il piacere dei sensi, e soprattutto l’intossicazione da tale piacere, caratterizzano il sommo grado di amore divino come contemplazione estatica, così come la stanza delle libagioni rappresenta unicamente lo stato intermedio del passaggio delle qualità umane in quelle divine e della loro esaltazione». Non vi è nulla di nuovo rispetto ai pagani che consultavano oracoli, indulgevano nel sesso degenerato e nell’ebbrezza al fine di adorare gli antichi dèi della sessualità proprî di tutte le civiltà pagane, nulla che essi non possedessero secoli e secoli prima. Non stupisce che le denunce operate senza parsimonia dai Profeti siano state «allegorizzate» nel nulla!
Legate generalmente allo Zohar e alla Cabala sono le dottrine della metempsicosi o trasmigrazione delle anime, del culto dei sette pianeti, del Sole, della Luna e dell’indefinito En Sof, ridotte a schema dalle figure dei dieci Sefirot che si spingono oltre e di nuovo indietro verso la massa, l’En Sof, altresì corrispondenti alla figura pagana delle dieci intelligenze aristoteliche (o spiriti «capo» dei corpi celesti).

Scholem, i talmudisti «divini» e la «santa comunione»

Le conferenze di Gershom Scholem furono catalogate dall’Institute of Judaism di New York di rabbi Wise come rappresentative delle “tendenze più importanti del misticismo ebraico», e comparvero nella lista presente in Who’s Who in World Jewry come libro di testo della cattedra di misticismo ebraico della Hebrew University, in Palestina.

Alcuni suoi brani, estratti dall’opera The Zohar: the Book of Splendor 78, sono rivelatori:

«Il libro dello Zohar, il più importante lavoro letterario della Kabbalah […], è un’opera di saggezza segreta». Come il Talmud, che utilizza versetti biblici palesemente inesistenti, lo Zohar utilizza un versetto inesistente per dipingere i talmudisti come divinità: «La Presenza Divina come incarnazione mistica della Comunità d’Israele…». Mentre nello stile blasfemo degno del culto di Baal, la copula viene definita «santa comunione»: «Dio scelse Israele e nessun altro tra i popoli, e lo insediò sulla Terra in una singola e unica nazione […]. Egli lo chiamò “nazione unica” […]. Quando mai “unico” è detto di un uomo? Quando egli è contemporaneamente maschio e femmina 79 […]. Allora, e solo allora, egli è designato unico senza difetto di sorta […]. Solo quando il maschio e la femmina sono congiunti essi formano un corpo unico; così come, ci è stato insegnato, un uomo non sposato è, per così dire, diviso in due». Questa è la «santa comunione»…

La sezione del libro intitolata «The Rose of Sharon» («La Rosa di Sharon») rappresenta un’altra scena di copula nella quale «la comunità d’Israele è chiamata “Rosa di Sharon”; ciò a causa del suo desiderio di essere irrigata dal fiume profondo […]. Essa viene chiamata “Rosa” quando è in procinto di giacere con il Re, dopo di che, quando ella si sarà congiunta con lui nei suoi baci, il suo nome diviene “Lily”». Tuttavia, a quanto pare, questo estratto non è sufficiente. Affermano i rabbini: «La vera devozione di Israele a Dio, nonché il suo desiderio nei Suoi confronti, rende possibile a queste due anime di convogliare le acque inferiori verso le superiori rinsaldando una relazione perfetta e bramando la dedizione reciproca, onde portare altri frutti. Quando essi aderiscono l’uno all’altra, allora dice la Comunità d’Israele nella grandezza del suo affetto: “Imprimimi come sigillo sul tuo cuore”» 80. Vi è molto altro ancora dello stesso tenore.

Con quella costante diversità di pronuncia caratteristica dei talmudisti, nel saggio di Scholem sullo Zohar, Dio viene chiamato «En Sof l’Infinito. Né forma, né nome egli ha, e nessun contenitore esistente può accoglierlo, né egli è commensurabile con altri mezzi» 81. Segue quindi un iniquo attacco al cristianesimo molto comune nel talmudismo. Il nostro «crimine» sarebbe quello di attribuire a Dio l’Intelligenza e di aver recepito l’insegnamento di Cristo secondo cui Egli è la personificazione del Padre, vero e reale Spirito d’amore: «Chi ha visto me ha visto il Padre» (Gv 14, 9). Afferma lo Zohar: «Guai all’uomo che osasse identificare il Signore con un qualsiasi attributo […]; men che meno con qualsiasi forma umana esistente […]. In esso non vi è né attributo, né somiglianza, né forma» 82. Nel saggio di Scholem sullo Zohar si legge ancora: «I nomi e i gradi dell’anima dell’uomo sono tre: “Nefesh” (anima vitale), “Ruah” (spirito) e “Neshamah” (la più interiore delle anime). Queste tre sono comprese l’una nell’altra, ma ognuna ha un’essenza autonoma. Mentre il corpo si decompone nella tomba […], Nefesh soggiorna con esso, fluttuando di tanto in tanto per questo mondo, recandosi raminga tra i viventi […]. Ruah si reca nel Giardino dell’Eden terreno […]. Durante i sabbath, gli equinozi e nelle ricorrenze festive, essa scende alla sfera celeste […], ma Neshamah ascende per prima al suo posto nel dominio dal quale essa è stata emanata […]. Quando i figli dell’uomo […] si recano alle tombe di coloro che sono dipartiti, allora Nefesh si risveglia, corre a rinvigorire Ruah che infine desta […] Neshamah» 83.

La Cabala e il mondo

Il mondo è spiegato da un diagramma che rappresenta tre triadi copulanti – maschio, femmina e progenie – ai quali sono associati nomi fantastici. L’En Sof che li circonda è l’essenza divina che è «infusa» attraverso queste tre entità per poi tornare a sé stessa.
Secondo la Cabala, Dio sarebbe privo d’intelligenza. Letteralmente:

«Dio è l’infinito e illimitato essere al quale niente e nessuno potrà mai ascrivere alcun attributo; colui che potrà perciò essere denominato semplicemente l’En Sof “senza fine”» 84. Descrivendo i dieci Sefirot, che includono le tre triadi generatrici, la stessa fonte denomina «Yesod (“fondamenta”) l’elemento riproduttivo, la radice dell’intera esistenza» 85.

Alla voce «Cabala», la Universal Jewish Encyclopedia del 1943 enfatizza lo stesso concetto: «Ma l’En Sof, essendo illimitato, non può divenire il creatore diretto, non avendo né volontà, né intenzione, né desiderio, né pensiero, né linguaggio, né azione, né attributi che appartengono ad esseri finiti» 86.

Metatron

Metatron è il principe di questo mondo, il «demiurgo» del Talmud e della Cabala. Secondo la Jewish Encyclopedia (voce «Metatron»), egli è l’equivalente del dio persiano del Sole Mithra.

Con un dio ridotto ad ammasso informe, privo di attributi, qualcuno deve pur rivestire il ruolo di regnante, e Metatron (Mithra) serve all’uopo. Il Talmud arriva talvolta quasi a ridicolizzare l’En Sof associandogli caratteristiche comiche come piedi grandi o il tuffarsi nei mari assieme ai pesci, o l’insegnare la Toràh ai bambini morti per un quarto della giornata. Metatron insegna loro per ben tre quarti! Quest’ultimo dettaglio, come pure riportato nel Talmud 87, è menzionato nella Jewish Encyclopedia alla voce «Metatron», assieme al suo essere «Signore di tutti i guardiani celesti, di tutti i tesori e di tutti i segreti». Lo Zohar definisce la sua natura con la precisa asserzione che egli siede appena al di sotto di Dio. Non solo viene qui identificato con il «Mithra zoroastriano», il dio Sole, ma è possibile renderlo visibile tramite incantesimi, droghe e «mediante altri mezzi», similmente al «demiurgo». Alla voce «Mercabah», la Jewish Encyclopedia descrive i rituali spiritistici di Mithra dedicati a «Metatron», le lettere del cui nome possono essere aggiunte a quelle della parola «Sheddai» (Dio). I non-ebrei, ignari di ciò, non sanno che l’uso delle lettere per ottenere cifre numerologiche è una pratica preponderante nell’odierno ebraismo, così come al tempo di Cristo.

Furono le lettere a creare il mondo, non Dio

Si noti l’affermazione presente nella Jewish Encyclopedia 88, per la quale attraverso la Cabala «ci si può rendere maestri della Creazione», un’idea luciferina. Si possono inoltre immolare bestie selvatiche al fine di «diffondere il terrore per il mondo». La stessa Jewish Encyclopedia 89, ci fà sapere che le lettere dell’alfabeto, specialmente le quattro consonanti della parola Yahwéh, il Tetragramma, possiedono un potere magico, tant’è che queste crearono il mondo! Si legge che quest’idea «nacque presumibilmente in Caldea», (Babilonia). Che i rabbini avessero creato un vitello terzogenito e se ne fossero cibati è riportato nel Talmud 90. Il passo compare nel Talmud 91.

La Cabala esalta gli ebrei

La Cabala, afferma la Jewish Encyclopedia, conferisce la posizione di vertice della condizione umana «allo stile di vita autenticamente ebraico, quello cioè legato all’ebraismo talmudico […]. Nella Cabala, l’ebreo è riconosciuto come l’Uomo. Nonostante il colorito repertorio della sua metafisica, la Cabala non tenta mai di minimizzare l’importanza dell’ebraismo storico, ma al contrario la enfatizza […]. I cabalisti hanno sviluppato a fondo la magia ebraica» 92. «La demonologia, perciò, occupa un ruolo di rilievo nell’opera di molti cabalisti […]. Molti altri cabalisti svilupparono le proprie teorie sulla dissociazione, sulla negromanzia e sull’esorcismo. L’Astrologia venne legittimata e la bibliomanzia trovò la sua giustificazione nell’asserzione che le sacre lettere ebraiche non sono le uniche con tali doti. Con questa ancestrale visione pagana del compendio della natura come divinità nella quale l’uomo è creatore, meri strumenti di rappresentazione delle cose come i caratteri della scrittura divengono strumento di controllo di poteri divini attraverso i quali poter sottomettere la natura» 93.

La Cabala: il Sefer Raziel

In ebraico, sefer significa «libro». Il Sefer Raziel, ossia il «Libro dei Segreti», è un «antico testo cabalistico». Il solito pretesto per definire «ebraiche» certe pratiche pagane consiste nell’attribuire ad esse la derivazione da qualche antico patriarca come Abramo, che essendo deceduto da secoli è impossibilitato a confermare o a smentire tali attribuzioni. Quella in questione è ricollegata a Noè, Abramo, Shem e ad altri ancora. Tuttavia, lo spiritismo ravvisabile in questa pratica è antico quanto gli stessi «filosofi» pagani.

«Il libro contiene la tradizione mistica sulle lettere dell’alfabeto […], nonché varie formule magiche e amuleti» 94. «Dal Talmud […] apprendiamo che l’alfabeto gioca un ruolo importante nella creazione del mondo […]. Il “Sefer Raziel” afferma che Adamo ricavò le lettere dall’aspetto degli angeli decaduti (i demoni), dall’Aleph al Tav. Ogni angelo dovrebbe comparire non appena il proprio nome viene composto […]. Bezalel, il costruttore del Tabernacolo, conosceva il modo di combinare le lettere per mezzo delle quali il cielo e la terra furono creati» 95. Nonostante la Bibbia dica di Bezalel semplicemente che sia stato un lavoratore ispirato a servire Dio nella sua opera di compimento del Tabernacolo, il Talmud lo rende un evocatore di demoni, nonché un grande intellettuale del quale Mosè era geloso 96. La Universal Jewish Encyclopedia riporta alla voce «Alfabeto»:

«Le lettere più importanti dell’alfabeto sono naturalmente quelle che compongono il Tetragramma o nome di Dio: Y-H-W-H (o W-H). Questa parola non dev’essere pronunciata com’è scritta, ma dev’essere letta “Adonai”, “Signore”; ogni lettera ha un potere speciale […]. La credenza nel potere della parola era comune a tutte le religioni antiche. A tal proposito, i platonici possedevano nozioni sull’influenza degli anagrammi composti dai nomi delle persone […]. Nel Talmud […] vi sono molti passi che indicano la familiarità dei rabbini con i vari metodi di trasformazione delle lettere dell’alfabeto […]. Il primo era quello dei codici 97 […]. Il secondo […] consisteva nell’anagrammare le lettere di una parola fino ad ottenere un nuovo termine. Il terzo era la Gematria, basata sul valore numerico delle lettere. Il quarto era il Notarikon, che utilizzava ogni lettera di una determinata parola come iniziale di un’altra parola, reinterpretandola in funzione mistica».

L’alfabeto dei cabalisti è diagrammato.

La Cabala: il Sefer Yetzirah

Il Sefer Yetzirah, o «Libro della Creazione», è un altro compendio di pratiche spiritistiche della Cabala originario della Caldea o di Babilonia.

Ecco cosa afferma la Jewish Encyclopedia alla voce «Cabala»: «La credenza nel potere magico delle lettere del Tetragramma e di altri nomi di Dio […] pare sia originaria della Caldea […]. La Cabala teurgica […], sotto la denominazione di Sefer (o “Hilkot”) Yezirah, riferisce di una pratica che consentì ai rabbini babilonesi del IV secolo di “creare magicamente un vitello”» 98.

I riti della Mercabah, ispirati dall’uso di droghe, di incantesimi, ecc…, erano destinati al dio del Sole (Mithra), chiamato nel talmudismo «Metatron», Principe del Mondo.

Chiunque sia familiare con la descrizione di Isaia dell’Anticristo e dell’ascesa del governo di Babilonia sul mondo (Is 14), rimane impietrito dalle seguenti parole riguardanti l’abilità di divenire maestri della creazione per mezzo del Sefer Yetzirah, piegando gli spiriti dell’al di là all’obbedienza e ottenendo da essi di essere innalzati alla conoscenza e al potere attraverso le pratiche cabalistiche. La Jewish Encyclopedia riferisce: «”La Cabala pratica” o l’arte dell’impiego della sapienza del mondo occulto onde perseguire i proprî propositi, si fonda sul misticismo approfondito nel Sefer Yetzirah. Secondo questo testo, Dio creò il mondo per mezzo delle lettere dell’alfabeto che egli combinò nei modi più vari. Se si apprendono queste combinazioni e le permutazioni applicandole nel posto e nel momento giusti, si può divenire con facilità maestri della creazione» 99. Segue la ridicola affermazione che «tutte queste formule proclamano il monoteismo».
Si noti nella stessa sezione della Jewish Encyclopedia che scrivendo amuleti demoniaci su di un “feto”, ossia su di una creatura non ancora nata, l’evocazione di demoni può essere operata con maggiore successo.

Con il termine «monoteismo» i talmudisti intendono propriamente il «panteismo», ossia il concetto pagano secondo cui il compendio di tutta la natura è Dio, una sconosciuta e imperscrutabile massa di essenza, spirituale o materiale, della quale l’Universo è composto, epurando la figura del Dio «antropomorfico» della Bibbia che i farisei hanno orgogliosamente ripudiato, trasferendo tutti i poteri ad esso attribuiti a «potenze di intermediazione»; sì, proprio quelle che ospitano gli spiriti degli déi pagani dei quali Metatron, il dio Sole, è l’attuale capo. Platone (428-348 a.C.), Pitagora e i pagani, tra i quali i profeti a lungo fecero proseliti molti secoli prima di Cristo, possedevano la stessa visione «monoteistica» del mondo qui menzionata, nel quale essi, come «superuomini», potevano innalzarsi a «maestri della creazione» e dittatori del popolo.

Spogliato dei suoi inganni e delle sue falsità, non ritroviamo nulla di monoteistico nel giudaismo talmudico, né si riscontra in esso una qualsiasi comunanza con il cristianesimo, al quale pare irrimediabilmente e diametralmente opposto.

1 Cfr. Schulchan Aruch, vol. I, cap. 2, Hebrew Publishing Co., New York 1927, pagg. 77-79.
2 A riguardo del cosiddetto «omicidio rituale», vedi a pag. .
3 Si veda, ad esempio, il Trattato talmudico Sanhedrin 65a-b.
4 Nel trattato talmudico Sanhedrin (105a-b) è scritto che Gesù «praticò la magia per mezzo del suo membro».
5 Si veda, ad esempio, la Jewish Encyclopedia («Enciclopedia giudaica»), pagg. 665-666.
6 Cfr. R. J. Trachtenberg, Jewish Magic and Superstition, Behrmann’s, New York 1939, pag. 13. La frase è contenuta nel cap. II, intitolato «The Truth Behind the Legend» («La verità dietro la leggenda»). La pratica descritta corrisponde esattamente a ciò che gli attuali newagers definiscono «viaggi astrali» (N.d.R.).
7 Ibid., pag. 15.
8 Ibid., pagg. 16-17.
9 Ibid., pag. 18.
10 Ibid., pagg. 19-20.
11 Ibid., pag. 167.
12 Ibid., pagg. 166-167.
13 Ibid., pagg. 164-165.
14 Ibid., pag. 166.
15 Cfr. Jewish Encyclopedia. pag. 549.
16 Cfr. R. J. Trachtenberg, op. cit., pag. 7.
17 Ibid., pag. 162.
18 Ibid., pag. 49.
19 In realtà, il «santo» era una sorta di stregone talmudista del II secolo d. C. associato allo Zohar, un’opera di diversi tomi della Cabala ebraica (N.d.A.).
20 Cfr. R. J. Trachtenberg, op. cit., pag. 64.
21 Ibid., pag. 179.
22 Trattato Niddha 17a.
23 Cfr. Talmud, Ed. Soncino, Niddha, pag. 113.
24 Cfr. R. J. Trachtenberg, op. cit., pag. 65.
25 Ibid., pag. 74.
26 Ibid., pag. 156.
27 Ibid., pag. 168.
28 A cura di rabbi Solomon Ganzfried, Hebrew Publishing Co., New York.
29 Cfr. Kitzur, cap. CXXIV, pag. 60.
30 Ibid., cap. CXXII pag. 59.
31 Ibid., cap. XLIV, vol. I, «Sul lavaggio di mani dopo il pasto».
32 Ibid., cap. XL.
33 Ibid., cap. II.
34 Cfr. International Organizations, pag. 1417.
35 Cfr. R. J. Trachtenberg, op. cit., pag. 9.
36 Cambridge University Press, 1949.
37 Un’osservanza legata al culto femminile della procreazione, appunto detto «tesmoforia».
38 I sacerdoti della dea femminile del sesso venivano evirati con «spade sacre» e il loro «membro intimo» veniva gettato alla statua della dea come offerta.
39 Ecco la descrizione dei sacerdoti di Baal fatta dalla Bibbia (1 Re 18, 28): «Gridarono a voce più forte e si fecero incisioni, secondo il loro costume, con spade e lance, fino a bagnarsi tutti di sangue».
40 «Non vi farete incisioni» (Dt 14, 1).
41 Nel periodo a cui allude Flaubert, Cartagine era sotto assedio di barbari mercenari arruolati dalla città nelle sue guerre contro Roma e rimasti senza paga, per mancanza di cibo, acqua, ecc…
42 Cfr. G. Flaubert, Salammbô, 1862.
43 Cfr. P. LaCroix, Histoire de la prostitution («Storia della prostituzione»), 1852.
44 Trattasi di rituali teofanici pagani per l’apparizione del Dio Sole, di Mitra o di Metatron, onde acquisire l’onniscienza (N.d.A.).
45 Vedi, ad esempio, Gn 1, 26: «E Dio disse: “Facciamo l`uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza”».
46 Cfr. Jewish Encyclopedia, pagg. 665-666.
47 Cfr. Sanhedrin 69a.
48 Cfr. Sanhedrin 101a.
49 Cfr. Abodah Zarah 12b.
50 Cfr. Abodah Zarah 17b, 18a.
51 Cfr. Sanhedrin 55b, 56a.
52 Cfr. Jewish Encyclopedia. pag. 568.
53 Cfr. Sanhedrin 65a-b.
54 Cfr. Kethuboth 111a.
55 Cfr. Is 14, 12-19; Dn 11, 36-38; Mt 24, 15; Mc 13, 14.
56 Cfr. Universal Jewish Encyclopedia, pag. 616.
57 Schocken Books, New York 1946.
58 Pag. 349.
59 Cfr. 2 Ts 2, 9.
60 Cfr. Universal Jewish Encyclopedia, pag. 240.
61 Cfr. Jewish Encyclopedia, voce «Cabala», pag. 472.
62 Ibid., pag. 465.
63 Ibid.
64 Ibid., pag. 476.
65 Ibid., pag. 475.
66 Tale teoria la si ritrova nel processo triadico di tesi, antitesi e sintesi dell’idealismo hegeliano, e nel concetto di «progresso» proprio del materialismo dialettico-storico di Karl Marx (N.d.A).
67 Cfr. Jewish Encyclopedia, voce «I dieci Sefiroti».
68 George Routledge & Sons, Londra 1925.
69 Perciò si smentirebbe l’intera impostazione biblica basata sulla volontà, sul pensiero, sull’azione e sull’intelligenza di Dio (N.d.A.).
70 Visione alquanto riduttiva dell’originale concetto di Divinità (N.d.A.).
71 Ciò non è nient’altro che il nirvana induista, definito dal Webster come «l’estinzione dell’esistenza individuale tramite l’assorbimento dell’anima in un’entità spirituale suprema» (N.d.A.).
72 Cfr. Universal Jewish Encyclopedia, pag. 474.
73 La Christian Science è un movimento religioso fondato nel 1879 negli Stati Uniti d’America da Mary Baker Eddy (1821-1910). D’obbedienza protestante non trinitaria, si dà per missione di ripristinare il cristianesimo primitivo e il suo elemento perduto di guarigione. La chiesa madre di questo movimento, la Prima chiesa di Cristo, Scientista, ha la sua sede centrale a Boston (Stati Uniti) e conta alcune centinaia di migliaia di seguaci, soprattutto in questo Paese (N.d.R.).
74 Cfr. Universal Jewish Encyclopedia, pag. 477.
75 Ibid., pag. 620.
76 Cfr. Jewish Encyclopedia, voce «Cabala», pag. 479.
77 Cfr. American International Encyclopedia, voce «Kali».
78 Schocken Books, 1949.
79 Chiara allusione all’Androgino Primitivo della Cabala. Secondo quest’ultima, all’inizio della Creazione Adamo era «perfetto», e quindi dotato di entrambi i sessi. Solo solo successivamente Dio avrebbe creato Eva come essere distinto e separato da Adamo (N.d.R.).
80 Cfr. The Zohar: the Book of Splendor, pagg. 69-70.
81 Ibid., pag. 79.
82 Ibid., pag. 78.
83 Ibid., pagg. 96-97.
84 Cfr. Jewish Encyclopedia, voce «Cabala», pag. 472.
85 Ibid., pag. 475.
86 Cfr. Universal Jewish Encyclopedia, pag. 619.
87 Cfr. Abodah Zara 3b.
88 Cfr. Jewish Encyclopedia, pag. 584.
89 Ibid., pag. 458.
90 Cfr. Sanhedrin 67b.
91 Ibid. Anche la demonologia è citata nello stesso trattato. Si leggano anche i relativi passi nella Jewish Encyclopedia (pagg. 549, 681, 682, 683, 685).
92 Cfr. Jewish Encyclopedia, pag. 478.
93 Ibid., pag. 479.
94 Cfr. Universal Jewish Encyclopedia, voce «Sefer Raziel».
95 Cfr. Berechoth 55a; Universal Jewish Encyclopedia, voce «Alfabeto».
96 La Bibbia menziona Bezalel nei seguenti passi: Es 31, 2; 35, 30; 36, 1-2; 37, 1; 38, 22; 1 Cr 2, 20; 1, 5.
97 Il codice Atbash descrive l’uso dell’ultima lettera al posto della prima.
98 Cfr. Sanhedrin 65b, 67b.
99 Cfr. Jewish Encyclopedia, pag. 568.

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